lunedì 19 giugno 2017

Escursionisti "della domenica" = aspiranti dispersi

Ormai l’escursionismo è di moda e molti pensano che basti comprare un’attrezzatura  più o meno specifica per potersi avventurare dovunque. Invece non è assolutamente così e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti quelli che vanno in giro con criterio.
Ieri mattina, mentre mi aggiravo solitario nella pineta di Monte San Costanzo cercando punti di osservazione inusuali per scattare qualche foto un po’ diversa dalle solite, mi sono imbattuto in un signore che risaliva fra gli alberi, fuori sentiero. Ad attenderlo, poche balze più su, due signore in tenuta più balneare che da escursionismo. Mi hanno chiesto se erano sulla strada giusta per la Baia di JerantoA chi non sa di cosa parlo, faccio presente che il punto dove ho incontrato i 3 è a circa 440m s.l.m. e che il mare (ovviamente, ma non per loro) si trova quindi 440 metri più in basso (foto: il luogo di destinazione visto dalla pineta). 

Devo inoltre ricordare che il sentiero per la baia (strada comunale, ancorché in parte selciata ed in parte sterrata) ha origine dalla frazione di Nerano (168m s.l.m.). Ho spiegato ai tre che dovevano quindi recarsi a Nerano e di lì imboccare il sentiero ma mi hanno risposto che da quella frazione stavano venendo. Per fortuna si sono ben presto convinti di aver fatto una stupidaggine seguendo i segni che li avevano portati (inutilmente) 270 metri più in alto. Considerata la non facile percorribilità del sentiero (se ne erano resi conto) ho consigliato di non scendere lungo lo stesso ma di andare via Termini, in modo molto più comodo.
Non passano 5 minuti e vedo altre tre persone (questi “travestiti” da escursionisti) che salgono fra i pini. Con mia somma sorpresa, mi fanno la stessa domanda dei precedenti ottenendo simile risposta ma poi, invece di “ritirarsi in buon ordine”, hanno cominciato a lamentarsi della mancanza di segnalazioni chiare e dello stato del sentiero. Considerato non solo l’abbigliamento da “professionisti” della montagna ma anche e soprattutto l’arroganza con la quale cercavano di scaricare su altri le responsabilità del loro errore (attribuibile solo alla loro stupidità), mi sono sentito in dovere di spiegare che per andare in escursione (specialmente in luoghi non conosciuti) non basta armarsi di zaino, scarponi e bastoncini (vanno molto di moda, ma pochissimi li sanno usare), ma ci si deve informare, si deve avere una mappa (o cartina che dir si voglia), che non si dovrebbe lasciare un sentiero largo, evidente ed in gran parte selciato per uno impervio e poco battuto visto che ci si dirige verso una baia ormai “famosa”, oltretutto ai margini di un’area FAI, e per di più si tratta di via comunale con tanto di tabella toponomastica. Infine, che il mare si trova a QUOTA ZERO e quindi, da dovunque si parta, tendenzialmente si deve scendere e non salire fin quasi alla sommità della cima più alta della zona!
La “capofila” avrebbe quasi voluto replicare, ma i suoi accoliti l’hanno convinta a desistere rendendosi conto della solidità delle mie argomentazioni, eppure sono certo che, fra loro, la discussione non sia finita lì. Probabilmente i due che incautamente la seguivano avevano già espresso qualche perplessità in merito alla direzione presa durante la ripida, assolata e, soprattutto, insensata ascesa.

A loro (molto) parziale discolpa, c’è da dire che lungo molti percorsi turistici della Penisola Sorrentina e Costiera Amalfitana, ai classici segnavia bianco-rossi del CAI si sono aggiunti quelli di varie compagnie che mandano guide inesperte, di associazioni di qualunque tipo e, per finire, una marea di punti arancioni e frecce bianche (vedi foto sopra) che indicano i percorsi delle gare di Trail che, ovviamente, non sempre coincidono con gli itinerari turistici.
Capita quindi spesso che gli ignari, inesperti e distratti escursionisti della domenica seguano le frecce o altre segnalazioni estemporanee, abbandonando “la retta via” e rendendosi conto di aver sbagliato strada solo dopo vari chilometri.

Certo, se i bravi organizzatori delle gare di Trail eliminassero tutte le indicazioni di percorso immediatamente dopo ciascuna gara (come prescritto dal regolamento della loro Federazione e come di solito i Comuni stabiliscono) si conterebbero vari “dispersi” (seppur assolutamente per loro negligenza) in meno. 

venerdì 16 giugno 2017

Uscito a caccia di farfalle , sono tornato con una pelle di serpente

Come spesso mi accade, vado in escursione con un preciso obiettivo e ottengo diverse (e inaspettate) soddisfazioni.
Ieri sono andato a (cercare di) fotografare delle specie di farfalle - missione fallita - ma la delusione è stata ampiamente ripagata dal rinvenimento di questa esuvia perfetta, lunga 113 centimetri ed assolutamente intera.
L’esùvia, o exùvia è lo strato cheratinoso esterno della pelle che tutti i serpenti periodicamente perdono. A seconda delle specie, dell’età e della velocità di crescita, il processo di muta avviene ad intervalli che possono essere di poche settimane, in taluni casi solo annualmente.
Questa che ho ritrovato è di un biacco (Coluber viridiflavus), comunissimo ed assolutamente innocuo serpente, per lo più nero. La pelle dei serpenti nel complesso è ricoperta di squame accavallate unite da una pelle più fine e forma delle pieghe che assicurano l’elasticità e la dilatazione necessaria per muoversi ed ingoiare prede voluminose. Tuttavia, non è elastica, né si rigenera e quindi ad un certo punto “diventa stretta” per l’animale. La nuova pelle si forma sotto la vecchia e una secrezione lattiginosa separa interamente i due strati, occhi inclusi. Di conseguenza, in questa fase che dura circa una settimana, il serpente diventa quasi cieco e riduce la sua attività. Appena è pronto per “spogliarsi” comincia a contorcersi e, strofinandosi su rocce o rami, esce dalla sua vecchia pelle rivoltandola come un calzino. A dimostrazione di ciò, nella foto a sinistra notate la parte la parte ventrale ha curvatura opposta a quella normale. In quella a destra si vede chiaramente che l'esuvia ricopriva perfettamente l'intero corpo, occhi inclusi. 
   
Come qualunque altra attività dei serpenti, anche l’esuviazione (muta) è stata oggetto di leggende e superstizioni. Ricercando notizie in merito,mi sono imbattuto in questo interessantissimo e lungo articolo (viverelamontagna.it) che vale la pena di leggere con attenzione.
Pur essendo riferito ad un territorio molto diverso da quello che frequento io (Prealpi vs Penisola Sorrentina) e quindi parlando spesso di vipere (praticamente inesistenti dalle mie parti) chi conosce qualcosa della “mitologia locale” dei serpenti troverà molti punti in comune come, per esempio, il fatto che vadano a succhiare il latte da vacche e anche neo-mamme o che possano addentare la propria coda formando una ruota e quindi rotolare velocemente lungo i pendii!
  
Altre immagini nella mia raccolta di foto macro

lunedì 5 giugno 2017

Il meraviglioso e semisconosciuto mondo delle farfalle

Tutti hanno familiarità con il nome farfalla, ma pochi le conoscono bene e forse le hanno osservate solo in volo, ancora meno sanno che insieme con le falene “scientificamente” costituiscono l’ordine dei Lepidotteri. Letteralmente questo termine significa che gli insetti che fanno parte di quel gruppo hanno “ali con squame” e proprio grazie ad esse ci si presentano con disegni più o meno compositi e di tanti colori, spesso molto contrastanti fra loro.
Con l’aiuto delle foto (meglio se macro in quanto facilitano l’osservazione dei minimi dettagli, provate a ingrandire queste inserite nel post) e un po’ di studio su un testo specifico si possono scoprire tante particolarità di questi insetti che affascinano quasi per tutti (basti pensare alle decorazioni, tatuaggi, oggetti) e che il loro nome farfalla è stato associato a uno stile di nuoto, una trafila di pasta, tipo di cravatta, un nodo, tipo di cerotti, vari tipi di apparati e meccanismi, ecc.
   
Di alcune caratteristiche ci si può rendere conto abbastanza facilmente, come per esempio del fatto che hanno 4 ali (e non solo 2 come vengono spesso erroneamente disegnate), con le anteriori che coprono parzialmente le posteriori, e che le stesse nella maggior parte dei casi hanno colorazioni e disegni della parte superiore molto diversi da quelle inferiori. 
Per un  entomologo improvvisato (come me) che voglia giungere o almeno avvicinarsi all’identificazione di una farfalla è quindi importante (oltre ad avere a portata di mano una buona guida) fotografare sia la parte superiore che quella inferiore ... il problema è riuscirci.
Varie specie di farfalle hanno comportamenti molto diversi ma di solito sono tutte molto “irrequiete”. Con molta pazienza si riesce ad ottenere qualche buono scatto in tempi relativamente brevi, ma per riuscire a vedere l’altro lato delle ali si deve aspettare tanto. Quelle che riposano con le ali chiuse mostrano ovviamente la faccia inferiore, mentre quelle che le tengono aperte ci permettono di vedere quella superiore. Un buon momento per trovarle con le ali aperte (anche le specie che di solito riposano tenendole ripiegate) sono le prime ore del giorno in quanto le dispiegano aspettando che si asciughi l’umido accumulato durante la notte.
   
Sommariamente ed in modo empirico, ecco alcune caratteristiche (vere per “quasi” tutte le specie) che possono aiutare anche i più inesperti a distinguere le farfalle dalle falene e quindi provare ad identificarle cercando nel settore giusto:
  • le farfalle hanno colori di solito più splendenti, le falene hanno per lo più colori poco vivaci
  • le farfalle hanno il corpo apparentemente liscio e snello, le falene sono tozze e pelose.
  • le farfalle riposano con le ali in posizione verticale e unite, le falene le tengono lungo i lati o piegate insieme sopra il loro corpo.
  • le farfalle hanno antenne a forma di “mazza da golf” (un’asta con una parte più grossa alla fine); le falene le hanno pelose o filiformi, ma mai come quelle delle farfalle.
  • per lo più, le farfalle sono attive durante il giorno, al contrario delle falene che preferiscono la notte.
Spero di essere riuscito ad interessare qualcuno ... costoro potranno trovare altre macro di farfalle delle mie parti nella raccolta di foto macro, oltre a tante altre su siti professionali ma di spesso di farfalle che non si riusciranno mai a vedere.

lunedì 29 maggio 2017

Nei buoni film si trovano infinite occasioni di scoperta e riflessione ...

... e spunti che attendono solo di essere approfonditi, qualunque siano i propri settori di interesse. Io che ne vedo tanti non sempre riesco a stare dietro a parole, luoghi, nomi, opere d'arte o letterarie che attraggono la mia attenzione e mi intrigano. Non da ultimo, personalmente mi incuriosiscono modi di dire e proverbi (uno dei miei tanti campi di interesse) mai sentiti prima, sconosciuti, talvolta dal significato molto ambiguo o addirittura misterioso. 
Fra questi, di recente mi sono imbattuto in uno secondo me affascinante, ascoltato in Accattone (1961), prima regia di Pier Paolo Pasolini, e si tratta di:  
nun tene cielo 'a guardà, né terra pe' cammenà” (Non ha cielo da guardare, né terra su cui camminare). 
Praticamente un “quadro della disperazione” che fa il paio con il più noto “nun tene manco ll’uocchie pe’ chiagnere” (non ha neanche gli occhi per piangere) o, in senso lato "essere ai piedi di Pilato".
A parte tutti gli altri meriti riscontrati nel lavoro di esordio di Pasolini regista, mi ha particolarmente entusiasmato la tipologia dei dialoghi, apparentemente livellata verso il basso, ma in effetti tendente alla filosofia pura. Come ho già scritto nella mia mini-recensione di Accattone qualche giorno fa, trovo estremamente piacevole e “saggia” la conversazione “popolare”, un tipo di comunicazione apparentemente sciocca e superficiale eppure arguta nella sua semplicità, caratterizzata da quella filosofia spicciola frutto di osservazioni ed esperienze accumulate nei secoli e quindi più che affidabili.
Purtroppo questo tipo di eloquio sembra che al giorno d’oggi sopravviva solo nei piccoli centri, dove tutti si conoscono, ognuno ha la battuta adatta per qualsiasi persona e/o evenienza, la risposta ancor più pronta e, a seconda della familiarità e della confidenza, è consentito prendersi qualche libertà senza risultare “troppo” offensivi. Quando si vuol dire qualcosa lo si fa per lo più attraverso proverbi arguti e calzanti, modi di dire, parafrasi, allegorie, similitudini e iperboli talvolta create al momento e se non si ha niente da dire .. si agisce esattamente nello stesso modo.
Qualche settimana fa mi sono invece imbattuto in “You believe what you choose, I believe what I know” (Tu credi ciò che vuoi, io credo a quello che so), frase proferita dal protagonista del romanzo di John Berendt Midnight in the Garden of Good and Evil”, nel 1997 portato sullo schermo da Clint Eastwood. Questa affermazione è tanto vaga e applicabile a qualsiasi situazione, quanto assolutamente vera per chiunque non viva eternamente nel dubbio. 
   
Infine, mi sembra giusto citare  Al-massir (Youssef Chahine, Egitto, 1997, tit. it. “Il destino” ), il cui  personaggio principale è il filosofo arabo Averroè (1126-1198) nato a Granada, Spagna, ai tempi del califfato. Il film è quindi infarcito di citazioni attribuite al filosofo (ma anche medico, teologo, geografo, matematico, musicologo, astronomo e giurista), vecchie di secoli eppure assolutamente attuali. Alcune sembrano chiare, tuttavia nella loro semplicità sono profonde e non sempre è facile giungere alla loro essenza in quanto talvolta rasentano il paradosso. Per esempio:
  • La Rivelazione include la Ragione e la Ragione include la Rivelazione
  • Certi ragazzi confondono Religione e Ignoranza, certi adulti trasformano l’Ignoranza in Religione
  • Le idee (il pensiero) hanno ali. Nessuno può impedire il loro volo
Continuo la mia ricerca di modi di dire, massime, aforismi e proverbi sia nei film che nei libri, e non solo in italiano, ma anche e soprattutto in vernacolo e in altre lingue.

mercoledì 17 maggio 2017

Una valle dove c'è praticamente di tutto

Questa valle non si trova né sugli Appennini né sulle Alpi, che ci crediate o meno si trova a meno di 3 chilometri dal mare. 
Si tratta della Valle delle Ferriere di Scala e Valle dei Mulini di Amalfi, percorsa dal torrente Canneto che forma numerose piccole cascate, ma con discreti salti. 
Ieri ho percorso buona parte dei sentieri principali, ovverosia quello "alto" (in costa, per lo più fra i 400 e i 550 metri di quota) e quello di fondo valle.
L'ambiente è estremamente vario, con il versante occidentale a bosco, soprattutto castagneti, con tante felci e fiori, comprese orchidee spontanee (nella foto di apertura, una Dactylorhiza maculata subsp. saccifera, it. Orchidea macchiata)
   
   
Quello opposto, che guarda a sud-ovest, è per lo più ricoperto dalla classica gariga con bassi arbusti, tanti cisti (foto in alto) e numerose altre varietà di fiori ed essendo più aperto e a vista mare offre quindi vasti panorami.
   
   
Entrambe i lati, alle quote più alte, sono caratterizzati da imponenti pareti calcaree quasi verticali e vari pinnacoli.
   

   
Il nostro circuito di una dozzina di km scarsi prevedeva la partenza da Pogerola (fraz. di Amalfi) lungo il sentiero alto, percorso per circa ¾ della sua lunghezza, seguito dalla discesa quasi diretta fino a quello più frequentato che costeggia il corso d'acqua lambendo i ruderi delle antiche cartiere. 
   
Giunti ad Amalfi fra terrazzamenti di limoni, siamo ritornati al punto di partenza (Pogerola) risalendo i quasi 800 scalini dell'antica comoda mulattiera completamente selciata.
   
Sosta obbligata presso la Trattoria delle sorelle Rispoli (in effetti era la vera ragione per la quale siamo andati fin lì) per scialatielli con frutti di mare e alici impanate e fritte con formaggio. Conclusione con caffè e granita di limone sulla terrazza del Cocktail Bar.
   

lunedì 15 maggio 2017

Serendipity: come è bello trovare qualcosa di inatteso

Ne ho parlato più volte, nell’accezione moderna il termine inglese “serendipity” viene definito così dalla Treccani:
"capacità o fortuna di fare per caso inattese e felici scoperte, spec. in campo scientifico, mentre si sta cercando altro.
Quasi ogni giorno ognuno ha occasioni favorevoli, ma tantissimi non sono abbastanza attenti a notare il diverso e restano passivamente nell’ordinario e nella routine, focalizzandosi solo su quanto programmato.
Per quanto mi riguarda, sono arrivato a fare tante scoperte, a venire a conoscenza di nuove attività, a prendere in considerazione destinazioni insolite, a praticare sport semisconosciuti o semplicemente sottovalutati fino a quel momento. Ovviamente, più ci si muove, si viaggia, si cammina, si legge, si parla con la gente, più ci sono occasioni di essere sorpresi e affascinati.  
Nella fattispecie mi riferisco ad una passeggiata di un paio di giorni fa, a pochi chilometri da casa, armato di obiettivo macro e cavalletto. 
Partito per andare a fotografare qualche Centaurium erythraea (Centauro, foto a sinistra), non comunissimo dalle nostre parti e meno che mai quest’anno con la siccità che stiamo soffrendo, ho poi deciso di fotografare un interessante fiore di cardo (foto in basso a sinistra), affiancato da un altro pronto a sbocciare e, all’improvviso, si è presentata un’ape molto socievole, quasi esibizionista, che si è lasciata fotografare in tutte le pose possibili e immaginabili.
   
Grazie al macro si riescono ad osservare tanti particolari dell’animale assolutamente non rilevabili ad occhio nudo, per esempio, osservate quelle specie di "uncini" con i quali l'ape si aggancia al fiore mentre sugge il nettare. 
Nel caso vi possano interessare, altre foto macro del "bottino" dell'escursione di sabato scorso sono nella mia raccolta Google Foto macro, per lo più fiori, e comprendono valeriana rossa, euforbia arborea, becco di gru, rosolaccio, ...

sabato 13 maggio 2017

"Pseoven", per gli amanti dei sapori mediterranei “decisi”

Forse qualcuno lo fa, ma tanti non ci pensano ... eppure è semplicissimo. Ho anche effettuato una rapida ricerca online ma, fra le tante combinazioni di paté e simili non ho trovato traccia di quella che ho sperimentato in settimana: olive verdi (schiacciate), olive nere (infornate) e pomodori secchi (leggermente “rianimati”).
Dopo aver utilizzato i tre ingredienti insieme (con le fave, vedi post precedente) mi è venuto in mente di preparare questo mix (che non è un paté, né una crema, né un frullato, né un pesto, forse un trito) da poter utilizzare in tante mie ricette. Per facilità, nel seguito utilizzerò l’acronimo pseoven (pomodori secchi e olive verdi e nere).
Presentandosi come una poltiglia marronastra e una consistenza tra il cremoso e il macinato l’aspetto può essere quasi disgustoso facendo pensare ad altro però, considerato che non si deve guardare ma mangiare, poco importa in quanto il risultato in termine di sapore è più che soddisfacente.
Se non si può, non si vuole o non si sa tritare molto finemente i due tipi di olive e i pomodori secchi tutti insieme, si può ricorrere a un qualunque attrezzo per frullarli grossolanamente (niente alte velocità) o macinarli con apparecchio adatto.
Visto che le olive per loro propria caratteristica e per come sono preparate già sono “unte” e che ai pomodori rianimati aggiungo un poco di olio, non ci sarà bisogno di aggiungerne molto altro e addirittura se ne può fare anche a meno. Non prevedendo di conservare il preparato a lungo (comunque in frigo) e nel caso si utilizzi un frullatore, per facilitare l’operazione si può aggiungere un po’ di acqua tiepida.
   

Per gli utilizzi che avevo in mente ho preferito non aggiungere aglio e/o cipolla che preferisco soffriggere al momento in quanto sono convinto che lo pseoven possa rendere di più a crudo o appena scottato, giusto per amalgamare il tutto, casomai con acqua di cottura nel caso di un piatto di pasta.
Prima di tritarli, passate i pomodori secchi un attimo in acqua bollente e tagliateli a pezzi e assicuratevi di aver snocciolato le olive con cura.
Proporzioni (in peso) che ho utilizzato per il mio esperimento: due parti di pomodori secchi, due di olive verdi e una di olive nere.
Ovviamente, tenete ben presente che non è una “ricetta”, ma giusto un’idea. Le proporzioni dovranno essere adattate in base al proprio gusto e alla qualità degli ingredienti base. In particolare le olive possono essere da quasi dolci ad abbastanza amare e più o meno piccanti. Entrambe possono essere già state conciate con erbe varie. Rinunciando parzialmente alla vasta molteplicità di utilizzo, si potrebbero anche aggiungere acciughe e/o altri aromi (peperoncino, finocchietto, origano, ...).
In quanto ai costi vi accorgerete che è estremamente economico rispetto a qualunque prodotto simile. Per fare un esempio in base ai prezzi di mercato (inteso come vero mercato alimentare) le olive schiacciate le ho trovate con prezzo fra i 4 e 7 Euro/kg, le nere 6-8 Euro/kg e i pomodori secchi 10-15 Euro/kg e di conseguenza il prezzo finito sarà di 7-10 Euro/kg (senza considerare eventuale poco olio o acqua aggiunta). I prodotti commerciali in vasetto si trovano a prezzi almeno triplicati se solo di olive, ma considerate che includono il peso dell’olio, e i più economici spesso non sono neanche di oliva (che comunque è più economico del resto).
Finora, oltre che con le fave, ho utilizzato lo pseoven per preparare un sugo con sgombro (+ cipolla, aglio, finocchietto e peperoncino), con colatura di alici (+ aglio, peperoncino e, per dirla come se fossi uno chef, una “spolverata di rucola selvatica fresca di Monte San Costanzo, finemente spezzata a mano”, ovviamente sulle linguine già nel piatto), con pomodorini e olive nere (semplicemente snocciolate e tagliate a metà). A breve sperimenterò nuovi abbinamenti.

Infine, mi preme sottolineare che quanto scritto (e in precedenza preparato e mangiato) non è né vuole essere niente di professionale, posso solo garantire che a me è piaciuto e che le mie varie solite “cavie umane” (fra le quali varie “impicciose”) hanno dimostrato di gradire e sono tutte sopravvissute senza problemi. 

lunedì 8 maggio 2017

Orto e ricette creative: fave e tanto altro

Tornato a casa dopo un paio di mesi all’estero ho trovato il mio piccolo orto un po’ abbandonato ma con ottima e abbondante produzione. Sapendo come vanno le cose sono sempre attento ad avere ortaggi che hanno bisogno di poca cura e quindi prosperano, grazie soprattutto al buon clima e all’ottima terra, anche se nessuno se ne occupa.
Trascorso un mese durante il quale ho mangiato una gran quantità di cavolfiori (cucinati in molti modi diversi) e anche abbastanza finocchi, alcuni dei quali di dimensioni inusitate, ora sono alle prese con le fave ... e ne avrò ancora per molto.
Dopo averle gustate in vari maniere, più o meno tradizionali, ho cominciato a combinare i vari classici ingredienti in modo diverso, con alcune aggiunte di mio particolare gradimento, che mi hanno molto soddisfatto.
Visto che penso che nella cucina tradizionale, con ingredienti classici, c’è ben poco da “inventare” ma si può solo assemblare in modo nuovo e sicuramente qualcuno in passato, da qualche parte, ha già fatto lo stesso, non mi vanterò di aver creato chissà quale prelibatezza ma semplicemente sottopongo ai lettori il mio risultato, che ognuno potrà ulteriormente modificare a proprio piacimento. Ergo, non ha nome né dosi precise (non facciamo i farmacisti!) in quanto trovo ridicole quelli che scrivono p.e. “una cipolla” (ce ne sono di infinite qualità e ovviamente dimensione), né tempi di cottura ... bisogna avere sensibilità e palato, acquisibili solo con esperienza e creatività. Ma su questo ci sarebbe da scrivere pagine e pagine.
Tornando al piatto mostrato nella foto in alto, devo dire che mi ha enormemente soddisfatto e penso che sarà difficile migliorarlo ... per i miei gusti. Ecco come ho proceduto ad aggiungere i vari ingredienti in una ampia padella con fondo spesso:
  • ho scaldato in pochissimo olio un po’ di guanciale fino a quando ho ottenuto abbastanza grasso per soffriggere un paio di spicchi d’aglio, seguiti da olive nere infornate, pomodori secchi ed infine abbondante cipolla grossolanamente tritata. 
  • ho tirato il tutto con un po’ di vino e poi, oltre al mio immancabile peperoncino, aggiunto un po’ sale per favorire il rilascio del liquido della cipolla  
  • ho abbassato la fiamma, coperto e lasciato così per qualche minuto
  • infine, a fuoco più forte, ho aggiunto le fave freschissime e mescolato bene fino a farle insaporire al punto giusto senza renderle “sfatte”.
Qualche necessaria nota in merito ad alcuni degli ingredienti:
olive infornate: le compro sfuse al mercato, fino a mezzo kg per volta. Appena tornato a casa le snocciolo a mano dividendole almeno in due parti (basta premerle forte e l’osso  viene fuori) e le sistemo in un barattolo aggiungendo un poco d’olio e eventuali aromi. Quelle che compro più spesso (vendute per “marocchine”) hanno già dei semi di aneto, a proprio gusto si può aggiungere peperoncino, origano o altri aromi.
pomodori secchi: procedimento simile a quello delle olive. Li compro sfusi, li taglio a pezzi con lati di 1-2 cm, e li presso in un barattolo aggiungendo un po’ d’olio e aromi.
fave fresche: i tempi di cottura dipendono ovviamente dal punto di maturazione, dimensione e freschezza. Le mie di ieri erano relativamente grandi ma colte alle 10, sbaccellate a mezzogiorno e cotte alle 13. Sono di quelle che mangiamo anche assolutamente crude.
 
Questi stessi ingredienti (evidentemente i miei favoriti) li ho utilizzati combinati in vari modi anche per piatti "sperimentali" a base di enormi cavolfiori (fino a oltre 1,5kg, puliti) e finocchi (quello della foto, così come lo vedete, pesava 1,350kg ed anche le parti più esterne erano tenerissime).


NOTE
L'olio è ovviamente di oliva. Io uso quello locale (della Penisola Sorrentina, zona D.O.P.) in questo caso il mio, ottimo anche se non è etichettato come "extravergine".
Per quanto riguarda olive infornate e pomodori secchi, trovo che quello appena descritto è un modo facile ed economico di avere sempre pronti questi due ingredienti che si possono aggiungere in tanti sughi, minestre e insalate (in questo caso i pomodori si devono prima “rianimare”). 
Si fa il lavoro una sola volta, si conservano i barattoli in frigo, e se ne aggiunge la quantità desiderata senza essere schiavi dei prodotti preconfezionati (e molto più cari).

venerdì 28 aprile 2017

Satyajit Ray, eccezionale regista, eppure sconosciuto anche a molti “cinefili”

Ray, novello Carneade del mondo del cinema della seconda metà del secolo scorso, lodato e quasi osannato dalla quasi totalità di critici cinematografici e registi competenti e di ampie vedute, Oscar alla carriera nel 1992, nelle poche occasioni nelle quali fu invitato a importanti rassegne europee raccolse numerosi premi (6 a Berlino, 2 a Cannes, 5 a Venezia).
In questo post ho raccolto varie notizie e qualche commento di famose personalità del Cinema, di una quindicina di suoi film ho di recente brevemente scritto nella mia raccolta di micro-recensioni il 2017sarà "cinefilamente" ricco come il 2016?      
Mi preme sottolineare che l’intento è semplicemente quello di incuriosire coloro che sanno poco o niente di Satyajit Ray e spingerli a documentarsi e a guardare almeno qualcuno dei suoi film. In rete si trovano tanti approfondimenti e commenti attendibili e sapientemente esposti, certamente migliori dei miei, e anche i video completi di numerose delle sue opere migliori.
Fra i tanti, di lui hanno detto:
  • Uno dei 4 grandi del Cinema” (con Kurosawa, Bergman e Fellini) (Martin Scorsese)
  •  Indubbiamente un gigante nel modo del Cinema” (Henri Cartier Bresson)
  • Devi (The Goddess) è “poesia su celluloide"” (Elia Kazan e William Wyler)
  •  Non aver visto i film di Ray è come vivere senza vedere il sole o la luna” (Akira Kurosawa)
Stanley Kubrick fu enormemente colpito dalle sue regie e pare accertato che Scorsese sia stato uno dei principali fautori dell’Oscar a Ray e certamente si adoperò per il restauro di vari suoi lavori.  Per uno dei suoi migliori film (Taxi Driver) prese spunto da Abhijan (1962) di Ray, nel quale un guerriero rajput (invece di un reduce del Vietnam) si riduce a fare il tassista per guadagnarsi da vivere, si innamora di una prostituta e infine tenta di salvarla dalle grinfie dei suoi sfruttatori. Anche Spielberg per E.T. si ispirò a un lavoro di Ray (il racconto The Alien) anche se lo ammise dopo molto tempo e solo dopo essere stato addirittura accusato di plagio.
Si deve sottolineare che Ray non fu solo un ottimo regista, ma anche scrittore, sceneggiatore, grafico, editore, critico, illustratore e calligrafo, tutte attività nelle quali si distinse e fu molto apprezzato. Per chiarire l’essenza dell’ultima abilità citata, sappiate che creò 4 set di caratteri tipografici latini (Ray Roman, Ray Bizarre, Daphnis e Holiday Script) oltre a numerosi altri indiani.
Da sempre appassionato di Cinema, fondò un cineclub a Bombay e poi il Calcutta Film Society proponendo tante pellicole americane ed europee. Nel 1950 Ray fu incoraggiato a proseguire la sua attività dal regista francese Jean Renoir che si trovava in Bengala per girare The River (tit. it. Il fiume) e successivamente, in viaggio a Londra, ebbe modo di guardare Ladri di biciclette (1948) di Vittorio De Sica e si “convertì” al neorealismo. Mise ben presto a frutto questa "illuminazione" nella sua trilogia di ApuPather Panchali, (1955, Il lamento sul sentiero), Aparajito (1956) Leone d'Oro al  Venezia, Apur Sansar (Il mondo di Apu, 1959), rispettivamente primo, secondo e quinto dei suoi 29 lungometraggi.
  
In vari dei suoi migliori film Ray si avvalse di soggetti tratti da romanzi o altri lavori di Rabindranath Tagore (1861-1941, premio Nobel per la letteratura nel 1913, il primo assegnato a un non occidentale) il quale ebbe grande influenza anche sulle sue altre sceneggiature.
In conclusione, rinnovo il suggerimento di prendere in considerazione la visione dei suoi film. Fra quelli che ho visto, oltre alla trilogia, mi hanno particolarmente colpito The Music Room (1958), Devi (1960), Charulata (1964), Days and Nights in the Forest (1970), The Middleman (1975), The Home and the World (1984), Agantuk (1991). Tutti, secondo me, ottimi.

P.S. - chi volesse fare bella figura, impari l’incredibile corretta pronuncia del suo nome

giovedì 13 aprile 2017

Bela Lugosi (1882-1956), Christopher Lee (1922-2015) e Dracula (immortale ...)

Le leggende sui vampiri in genere risalgono alla notte dei tempi ... l’irlandese Sheridan Le Fanu (1814-1873) fu uno dei primi a scriverne, il suo compatriota Bram Stoker (1847-1912) con il suo romanzo Dracula (1897) le immortalò. Anche se ormai sono pochi quelli che (lo) leggono, da buon cinefilo ho scoperto che il personaggio compare o viene citato in oltre 600 film, secondo solo a Sherlock Holmes in questa particolarissima classifica.
   
Il primo film su Dracula potrebbe essere il sovietico Drakula del 1920 (notizie vaghe), o l’ungherese Dracula’s death (La morte di Dracula), ma quello che lanciò definitivamente il personaggio sul grande schermo fu Nosferatu: eine Symphonie des Grauens (1922, F.W. Murnau), capolavoro universalmente conosciuto semplicemente come Nosferatu. In questo film (la cui trama è molto fedele al romanzo di Stoker) non viene citato il nome Dracula in quanto gli eredi dello scrittore non ne permisero l’uso e vinsero anche la causa per l’utilizzo del soggetto con la conseguenza che venne ordinata la distruzione di tutte le copie del film, cosa che per fortuna non avvenne. Dalle varie pizze che scamparono allo “scempio” sono state ricavate le versioni restaurate che oggi possiamo ancora ammirare. Del film di Murnau fu realizzato uno splendido e molto fedele remake da Werner Herzog nel 1979, con Klaus Kinski nel ruolo del conte Dracula e non Orlok (come nel ’22), in quanto i diritti d’autore erano nel frattempo scaduti.
Il primo Dracula sonoro fu, ovviamente, hollywoodiano e fu diretto da Tod Browning il quale avrebbe voluto avere Lon Chaney come protagonista, ma questo grande trasformista, specializzato in personaggi horror, però morì nel 1930. Anche se Browning è conosciuto soprattutto per il suo famoso Freaks (1932), in passato aveva già diretto Lon Chaney in molti muti. L’improvvisa morte di quest’ultimo fece la fortuna di Bela Lugosi (1882-1956, ungherese, ma oggi sarebbe stato rumeno, quindi un “vampiro originale”) il quale, grazie a questo ruolo, divenne famoso nel mondo di Hollywood. La scelta cadde su di lui non solo in quanto già aveva partecipato a vari film in ruoli minori e aveva un passato di attore di muti in Ungheria prima degli anni ’20, ma soprattutto perché dal 1927 era stato protagonista a Broadway del Dracula di Deane e Balderston. Questo lavoro teatrale (non fedelissimo al romanzo di Bram Stoker) ebbe grande successo, tanto da restare in cartellone per ben 268 repliche prima di andare in tour per gli Stati Uniti e la sceneggiatura del film del 1931 si basava proprio sulla suddetta opera teatrale.
Subito dopo Lugosi si lasciò sfuggire un’altra grande occasione che (forse) lo avrebbe reso veramente "immortale" e per di più spianò la strada a colui che sarebbe divenuto un suo rivale. Infatti avrebbe dovuto interpretare “la creatura” in Frankenstein (1931, James Whale) ma per dissidi con la produzione abbandonò il progetto e gli subentrò Boris Karloff. Questi tuttavia rimase più legato al personaggio creato da Mary Shelley e agli horror-terror in genere ma non ai vampiri.
Chi subentrò a Lugosi come vampiro per antonomasia fu invece l’inglese Christopher Lee il quale, dopo aver interpretato vari ruoli di cattivo, nel 1957 cominciò a lavorare per la Hammer (casa di produzione specializzata in horror) guarda caso come “mostro” del Barone Frankenstein, nell’occasione interpretato da Peter Cushing. L’anno successivo fu consacrato nel ruolo in Dracula (1958, Terence Fisher) dopo aver interpretato Corridors of Blood al fianco di Boris Karloff. Sono oltre una dozzina i film nei quali Lee interpretò il più famoso conte della Transilvania.
Un altro famoso attore “horror” del secolo scorso fu Vincent Price (1911-1993), protagonista di tanti film di Roger Corman, tuttavia non ha mai impersonato Dracula.
Venendo ai film, oltre alle già citate pietre miliari del 1922 (Murnau - Shreck), 1931 (Browning - Lugosi) , 1958 (Fisher - Lee) e 1979 (Herzog - Kinski), sono senz’altro da menzionare:

  • Dracula (John Badham, 1979, con Frank Langella),
  • Dracula di Bram Stoker (Francis Ford Coppola, 1982, con Gary Oldman)
    
le parodie

  • Dance of the Vampires (Roman Polanski, 1967, aka The Fearless Vampire Killers, tit. it. Per favore non mordermi sul collo)
  • Dracula: Dead and Loving It (Mel Brooks, 1995, Dracula morto e contento) con Leslie Nielsen
e il misconosciuto

  • Dracula cerca sangue di vergine... e morì di sete!!! (Paul Morrissey, 1974, Blood for Dracula) prodotto in Italia, ma ideato da Andy Wharol, con Joe Dallesandro
Personalmente preferisco la trama originale ed in particolare quella proposta in Nosferatu (F.W. Murnau, 1922), secondo me il migliore di tutti con protagonista Dracula, forse eguagliato solo dal suo remake del 1979 di Werner Herzog.
Chiudo con una curiosità sul tema. La prima volta nella quale Christopher Lee interpretò Dracula dopo la serie per la Hammer, fu in Spagna nel 1969 (Dracula, di Jesse Franco) e in quell’occasione Renfield fu impersonato da Klaus Kinski.