domenica 19 marzo 2017

Flamenco al cinema, oltre Saura, prima di Saura

Quattro clip estratti da quattro film diversi. I primi due hanno in comune il regista algerino Tony Gatlif, gli altri l'artista Carmen Amaya, attrice, cantaora e, soprattutto, bailaora
 
Procedo in ordine cronologico inverso, quindi comincio con il più recente dei filmati, forse quello che sorprenderà di più per la commistione fra musica araba e flamenca, tratto dal film Vengo (di Tony Gatlif, 2000), Premio César 2001 per la migliore musica, condiviso con Sheikh Ahmad Al Tuni, Tomatito e La Caita.
Tony Gatlif è un regista, musicista, sceneggiatore, produttore e attore, nato ad Algeri nel 1948 da padre berbero e madre rom, formatosi artisticamente a Parigi. 
Per quanto riguarda il cinema, ha diretto 18 film (7 dei quali con sceneggiatura propria) molti dei quali ambientati fra i rom sia del nord-Africa che europei. Gli interessati troveranno in rete tante altre informazioni, clip e anche film completi.
Il secondo spezzone che vi propongo è tratto dal suo film Latcho Drom (1993, 4 premi fra i quali Un Certain Regard al Festival di Cannes) ma la scena si svolge stavolta in strada, con la partecipazione di un'intera comunità e interpreti di tutte le età, dal cantaor in erba alle bailaoras molto più avanti con gli anni. Tutti estremamente naturali, senza trucco, senza abiti particolari, fanno semplicemente quello che amano fare e che hanno sempre fatto, riunirsi per divertirsi e stare insieme a ritmo di musica. 
Alcuni film di Gatlif sono stati distribuiti anche in Italia e qualcuno forse li ricorderà, fra essi Swing (2001), Exils (2004) e Transylvania (2006) nel quale Asia Argento interpretava la protagonista, Zingarina

Con un salto di 30 anni, ancora a ritroso, passo all'ultimo film interpretato da Carmen Amaya, La Capitana, quasi unanimemente reputata la più grande bailaora di tutti i tempi, famosa per il suo modo di ballare non del tutto ortodosso, nel quale evidenziava la sua straordinaria velocità di movimenti. 
Si tratta di uno spezzone di Los Tarantos (di Francisco Rovira Beleta1963), film candidato all'Oscar come miglior film di lingua non inglese, nel quale l'artista si esibisce come attrice, cantaora e bailaora

L'artista morì appena due settimane dopo l'uscita del film nelle sale spagnole, a soli 50 (o 45?) anni, a causa di un tumore. Il punto interrogativo è necessario in quanto ancora si dibatte in merito all'anno della sua nascita: 1913 o 1918? Ciò che è certo è che ebbe un enorme successo anche all'estero, esibendosi nei più importanti teatri del mondo, da Parigi al Sudamerica e a New York e fu addirittura Roosevelt la volle alla Casa Bianca
   
Conclude questa breve carrellata uno spezzone di uno dei suoi maggiori successi Maria de la O (di Francisco Elías, 1939), secondo film di Carmen Amaya dopo il debutto (già da protagonista) in La hija de Juan Simón (di Nemesio M. Sobrevila e José Luis Sáenz de Heredia, 1935) nel quale compariva anche "un certo" Luis Buñuel.
Successivamente, costretta a lasciare la Spagna per motivi politici, soggiornò negli Stati Uniti e li fu scritturata per 4 film, fra i quali Follow the Boys (1944) e anche in questo caso c’era un famoso regista fra gli interpreti: Orson Welles. 
Come per Tony Gatlif, pure su Carmen Amaya si può trovare tanto materiale in rete anche se, ovviamente, i filmati sono molti di meno sia per il periodo sia in quanto in 4 dei suoi soli 10 film (quelli americani) compariva esclusivamente come artista di flamenco. 

giovedì 16 marzo 2017

Le “camicie hawaiiane” ... di origine nippo-sino-libanesi

Le Aloha shirt, altrimenti conosciute come camicie Hawaiiane, furono lanciate alle Hawaii negli anni ’30, ma la loro storia inizia qualche decennio prima. Tale Kōichirō Miyamoto, figlio di un immigrato giapponese che nel 1904 aveva aperto un negozio di abbigliamento, dopo la morte del padre (1915) cominciò a produrre in proprio realizzando camicie con i tessuti utilizzati originariamente per i kimono. La le prime vere Aloha shirt furono disegnate dal cinese Ellery Chun che aveva un negozio a Waikiki ed ebbero subito un grande successo sia fra i locali che fra i surfisti giunti dal continente. Dopo pochi anni tutte le più importanti aziende del settore, anche quelle in U.S.A., cominciarono a produrle con disegni molto vari ma anche in quantità industriali con disegno unico per grandi aziende che decisero di utilizzarle come divise per i dipendenti.
Dopo la II Guerra Mondiale praticamente tutti i tanti militari che avevano prestato servizio nel Pacifico portarono a casa almeno una camicia. Negli anni successivi grazie ai più facili e rapidi collegamenti aerei e ancor di più dopo che le Hawaii divennero il 50° stato U.S.A. nel 1959 ci fu il boom del turismo.
Questo settore dell’abbigliamento fu rivoluzionato quando Alfred Shaheen (nato nel New Jersey, figlio di commercianti tessili libanesi) cominciò a stampare i tessuti e a produrre a basso costo non solo camicie, ma anche vestiti femminili. Successivamente migliorò il design e la qualità dei tessuti fino ad ottenere abbigliamento di classe. 
Allo stato attuale sembra che il top del design sia quello del marchio Tori Richard, specialmente per il settore femminile.
In molte occasioni festive le coppie, o anche intere famiglie, indossano abiti prodotti con il medesimo tessuto.  
Le Aloha shirt sono attualmente il maggior prodotto di esportazione del reparto tessile. Quelle moderne sono per lo più stampate, a maniche corte, con colletto, con tasca sul petto a sinistra cucita in modo che il disegno non sia interrotto, con pochi bottoni (non sempre fino al collo) e tagliate per dare il massimo confort (non aderenti) e per essere indossate fuori dei pantaloni. 
 
Quelle indossate dai locali, al lavoro o per puro piacere, sono di solito molto sobrie mentre quelle con colori sgargianti (spesso pacchiane e di cattivo gusto) sono quelle più ambite dai turisti.
   
Ciò per quanto riguarda la produzione e il commercio, ma è altrettanto interessante l'iter "sociale" delle Aloha shirts.
Già nel 1947 la City and County of Honolulu deliberò di consentire ai propri dipendenti di indossarle al lavoro nel periodo estivo, ma in senso ampio, da marzo a ottobre. 
A seguito di ciò fu creato l’Aloha Week Festival che si tiene ogni ottobre e continua ad avere un grande successo. La sede è il grande Ala Moana Park in riva al mare (già citato più volte) ed è come un revival delle antiche tradizioni hawaiiane, quindi con balli, canti, musica, sport tradizionali e, ovviamente, tanto cibo.
Oggi è consentito indossare le Aloha shirts in qualunque giorno dell'anno e pare che sia anche espressamente suggerito in molti ambienti di lavoro in quanto indossando queste ampie e leggere camicie non c'è bisogno di un eccessivo utilizzo dell'aria condizionata. Qui alle Hawaii ormai quasi tutti vanno al lavoro con questo tipo di abbigliamento ed è rarissimo vedere qualcuno in giacca e cravatta. Anche in molte occasioni semi-formali viene spesso richiesto l’Aloha Attire, che pur non essendo “elegante e impegnativo” non è assolutamente casual. In particolari occasioni anche i membri della Camera delle Hawaii indossano la loro Aloha shirt “di ordinanza”(foto in basso).

domenica 12 marzo 2017

Giornata multietnica: udon e kaki-age, film israeliano, matrimonio hawaiano, musica giapponese

Cominciamo con il pranzo, in una specie di fast food giapponese, ma niente a che vedere con quelli americani. Non penso sia necessario ribadire che dal Mediterraneo all’Estremo Oriente, passando per i paesi meridionali dell’Asia la cucina rapida, il cibo acquistato e consumato per strada, in piedi o su un banchetto al lato della cucina aperta e spesso mobile, è una tradizione millenaria e quelle sono le origini non solo dei fast food ma anche del finger food e dello street food ora tanto di moda.
Avendo voglia di udon sono andato a sperimentare un locale atipico per Chinatown, essendo abbastanza spazioso e moderno, ma il nome Marukame Udon diceva chiaramente che gli udon sono la loro specialità e le file (una per il take away una per sedersi all’interno) lasciavano molto ben sperare.
Gli udon sono uno dei tanti tipi di pasta orientale, in particolare giapponesi, ma pare assodato che lo stile sia stato importato da Cina e Corea. Sono preparati con semplice farina di grano e tradizionalmente sono a sezione quadrata (in quanto si tagliavano e non si estrudevano), molto spessi e di consistenza “interessante” ... essendo freschi non possono mai essere certo al dente come mangio io la pasta, ma non sono certo morbidi e collosi come la pasta scotta. Sono più lunghi dei nostri vermicelli e, una volta scolati vengono arrotolati a mano in una coppetta da un apposito addetto che poi la rovescia su un piano, pronti per essere impattati definitivamente con gli altri ingredienti richiesti o in una zuppa. 
Oltre ai vari piatti a base di udon il locale offre un ottimo tempura bar, con una vasta scelta di carne, pesce e verdure fritti in pastella ... sempre ancora almeno tiepidi. Fra tante note fritture si distingue una meno comune, il kaki-age (tradotto per il pubblico non nipponico come onion bomb = bomba di cipolle). La maggior parte di questa specie di “gomitolo” è effettivamente composto da cipolle ma, come si vede nella foto, queste sono miste ad altre verdure. Infatti, il kaki-age nasce come piatto prettamente casalingo e sempre diverso in quanto si utilizzano varie verdure, spesso quelle rimaste, tagliate in lunghe sottili strisce mischiate in pastella e infine fritte. Una delizia! (almeno per me che sono un'appassionato di fritture)
Dopo pranzo direttamente all’Honolulu Museum of Art a guardare The Women's Balcony, un interessante film israeliano sui contrasti fra normali osservanti e ultraortodossi (micro-recensione e trailer), nell'ambito deJewish Film FestivalConsiderato il fatto che questo film è stato campione di incassi in Israele, appare chiaro che il pubblico anche lì sia per la maggior parte a favore dei "normali osservanti" e non da quella degli oppressivi fondamentalisti.
Una storia simile raccontata da israeliani e inclusa nel programma ufficiale del cinema ebreo è certamente più credibile di quelle fatte all'estero al solo scopo di criticare gli uni o gli altri.
  
Mi sono poi trasferito all’Ala Moana Park and Beach dove, oltre alle solite coppie si sposi alle prese con le fotografie, c’era anche un matrimonio celebrato sul posto, fra le palme vicino al mare, e il ricevimento era organizzato sul prato poco distante, fra gli alberi. 
Come potete vedere, in questi casi l'officiante non si presenta con una quantità di inutili accessori e tutta la cerimonia si volge in un clima molto più tranquillo e rilassato. Oggi, data di pubblicazione, c'era un altro matrimonio, stesso officiante. In più c'erano 4 file di sedie unite da un lungo festone bianco e giallo, disposte in modo da creare un corridoio centrale per gli sposi. C'era anche la musica dal vivo, one man orchestra, un cantante che si accompagnava con un classico ukulele.
Infine, sono andato all'Ala Moana Center sul cui palcoscenico centrale si esibiva un gruppo di percussionisti giapponesi di taiko.
Con il termine taiko si indicano quasi tutti i tamburi tradizionali giapponesi, per lo più a forma di botte o semplicemente coni lati bombati, dalle dimensioni molto variabili. Si suonano con bacchette di diametro più o meno proporzionale alla grandezza del tamburo, quindi da quelle sottili per i più piccoli fino a vere e proprie mazze per quelli più grandi. Come si può notare nei video, i taiko vengono posti su appositi supporti che li mantengono in posizioni diverse in modo da avere la superficie orizzontale, diagonale o verticale.
La tradizione dell'uso di questi grandi tamburi, spesso usati anche in guerra, è antichissima e sembra che abbia avuto origine in Corea. Infatti, si hanno notizie certe di giapponesi che già nel VI secolo d.C. lì si recavano proprio per apprenderne l'arte. 
Osservate la veemenza con la quale i suonatori di taiko battono sulle pelli, spesso accompagnando i colpi con grida e smorfie.

giovedì 9 marzo 2017

Mappatella Beach, Honolulu, Hawaii

Con il termine Mappatella Beach (detto anche Lido Mappatella) a Napoli si indica la piccola spiaggia libera al centro del lungomare (via Caracciolo) essendo mappatella, diminutivo di mappata, il fagotto nel quale si trasportavano asciugamani, chi li aveva, e cibo per passare una giornata al mare.
   
Chiaramente il nome della spiaggia libera (lunga circa 1,5km) al centro di Honolulu non è Mappatella, ma Ala Moana Beach e, incredibilmente per noi, è poco frequentata. 
Qui hanno ancora l’abitudine di andare a lavorare e i ragazzi vanno regolarmente a scuola. Lungo la spiaggia ci sono varie postazioni coperte e rialzate per i bagnini (lifeguards), appena alle spalle, all’ombra delle palme ed altri alberi, bagni pubblici in muratura e sempre puliti, fontanelle con acqua potabile e docce ... tutto gratuito.Durante da settimana, come si vede nelle foto, ci sono pochi bagnanti, varie famiglie con bambini piccoli e ... gli sposi!
Infatti, sia la spiaggia che il parco che la divide dall’Ala Moana Boulevard sono costantemente set fotografici per i novelli sposi, per lo più giovani orientali, direi giapponesi che non ho capito se vengono da oltreoceano o fanno parte della colonia di residenti, 40% della popolazione dell’isola. Di solito li si vede senza grandi seguiti, solo con uno o due fotografi, a volte un “regista” ed un paio di assistenti. 
   
Ho notato che i vestiti delle spose tendono al classico, bianco, spumeggiante, con o senza strascico, mentre per i mariti si va da frac o marsina (neri, classici, o anche bianchi), a semplici vestiti bianchi o agli short all’inglese (tipo bermuda) che a quanto ho visto è la foggia più comune. I più arrivano al parco nell'immancabile limousine, ma con ai piedi semplicissimi sandali o addirittura flip-flop.
Il parco, quasi assolutamente pianeggiante presenta grandi prati e alberi sparsi, molti dei quali con enormi chiome frondose che forniscono abbondante ombra e frescura. Ci sono numerose semplici panchine e molti tavoli da picnic, alcuni in legno e altri in muratura, sia all’ombra degli alberi che al sole a fronte mare, barbecue fissi in cemento e, infine, una marea di contenitori per i rifiuti sia sulla spiaggia che nel parco. Entrambi, pur non avendo alcuna recinzione, di notte sono “chiusi” e sorvegliati e probabilmente anche per questo nelle mie varie visite o semplici attraversamenti ho sempre trovato sia spiaggia che parco puliti.
   
Durante il week-end il discorso cambia completamente, non tanto per la spiaggia, semplicemente più affollata, ma non eccessivamente, quanto per il parco nel quale vengono montati numerosi gazebo di varie forme e dimensioni al di sotto dei quali vengono sistemati tavoli e sedie, mentre al lato vengo portati barbecue (da quelli familiari ai professionali) ed enormi cooler pieni di bevande ... analcoliche (alcool e fumo sono proibiti nell’intera area). Molti organizzano così le loro riunioni familiari e i compleanni dei figli (che hanno prati enormi per giocare).

giovedì 2 marzo 2017

Gli autobus di Honolulu

Pochi giorni fa lessi un commento sugli americani, definiti il popolo più stupido del mondo. Come ogni generalizzazione, in quanto tale è già sbagliata in partenza e oltretutto simili classifiche non solo sono impossibili da stilare (essendo soggettive, e spesso sono redatte da persone che non sanno abbastanza) ma anche da concepire. Come in qualunque altro paese ci sono persone di tutti i tipi, situazioni diverse, esigenze completamente differenti, servizi inesistenti e servizi efficienti.
Uno di questi ultimi è l’argomento di questo post. Qui a Oahu (l’isola delle Hawaii sulla quale si trova Honolulu) si usufruisce di un eccellente sistema di trasporto pubblico, non comune negli Stati Uniti, che farebbe invidia anche ad alcune ottime reti delle più organizzate città europee. 
Oltretutto, per il servizio offerto, non è per niente caro con biglietto singolo biglietto a 2.50 (ma con due trasbordi successivi), 1.25 per i minori di 18 anni, 1 solo dollaro per Senior e invalidi. 
Prezzo pieno dell’abbonamento mensile è di 60 dollari, valido anche sugli Express, per l’intera isola (oltre 60km da un capo all’altro).
La qualità del servizio resta ottima, con bus in ottimo stato e mai troppo affollati (sulle linee più frequentate aumentano il numero delle corse in orari di punta).
Ogni bus è dotato di rampa per carrozzine (che vengono regolarmente agganciate dall'autista) e di due portabici sul davanti (l'utente la blocca con un semplice ma sicuro sistema e non deve pagare niente per la bici, solo il proprio biglietto). Alle fermate il bus si abbassa notevolmente sul lato anteriore destro (dove è situato l’ingresso obbligatorio per tutti), quasi al livello del marciapiede, e salire, anche per i più "acciaccati”, diventa uno scherzo.
Al salire si viene accolti dal messaggio registrato "Aloha, welcome on board" (salve, benvenuto a bordo) che prosegue con il numero della linea e destinazione finale. Per ogni tratta viene annunciata la fermata seguente con i nomi delle strade dell'incrocio più prossimo e anche uffici pubblici, scuole e musei nelle immediate vicinanze. Tutto ciò appare anche su un display, funzionante e sincronizzato.
Ad ogni fermata è chiaramente indicato il numero identificativo ed il numero di telefono da chiamare per sapere a che ora arriverà il prossimo bus. Queste notizie sono sempre aggiornatissime e reali in quanto ogni bus è dotato di di un sistema di controllo a distanza e dalla centrale operativa si sa esattamente dove si trova in qualunque momento, il display con i minuti di (eventuale) ritardo è visibile al lato dell’autista. Gli orari e le mappe dei percorsi (di solito raggruppati per più linee che servono la medesima area) sono sempre aggiornati online e sono anche a disposizione in versione cartacea.
   
Come se tutto ciò non bastasse, per i disabili che non possono accedere al servizio regolare, è stato creato The Handi-Van. Si tratta di bus più piccoli (bianchi) attrezzati con rampa adatta per qualsiasi carrozzina e guidati da personale specializzato. Il servizio, disponibile dalle 4 del mattino fino all’1 di notte (!) deve essere prenotato in precedenza (fra 1 e 3 giorni), il veicolo arriva davanti casa e ... costa solo 2 dollari a tratta!
Mensilmente sono pubblicate dettagliatissime statistiche dei servizi, a questo link trovate quella di dicembre scorso per l’Handi-Van.

Evidentemente, per creare e mantenere questo livello di efficienza, non tutti gli americani “sono stupidi”.

lunedì 27 febbraio 2017

Post misto mangereccio: seguito poke, laksa e gecko

Comincio dall'ultimo argomento del titolo, ma non vi preoccupate per il simpatico geco, non viene mangiato da nessuno, è lui quello che mangia. 
Al Foster Botanical Garden ho ritrovato il geco dell'altro giorno (quasi sicuramente si tratta dello stesso) che si arrampicava sulla stessa foglia. 
Phelsuma laticauda, (aka Gold dust day gecko (E), felsuma dalla coda larga (It)) su Ananas bracteatus var. tricolor.
Solo che questa volta non era in attesa di insetti, ma è andato direttamente per il dessert. Infatti è saltato dalla foglia a quello che ad alcuni può sembrare un fiore (ma sono brattee) e poi ha cominciato a succhiarne il nettare dal vero piccolo fiore. 

Passiamo al secondo argomento: 
poke come pietanza.
Come accennato nel post precedente, il modo più comune di servire il poke è quello di proporlo come stuzzichino. Pensate che nelle ricette si indica che 1 pound (454g) serve 10-12 persone, quindi 40-45g a persona, non certo un piatto.
Oggi mi sono soffermato ad osservare come lo componevano come piatto unico in un a specie di fast food che serviva esclusivamente poke
Come spesso accade era organizzato in "stazioni" con varie scelte. Si inizia ovviamente con la scelta della dimensione del contenitore che sarà man mano riempito:
  • S, M o L, rispettivamente 8, 10 e 15 dollari
  • Base: riso bianco o brown, polpa di granchio, insalata
  • Proteine: ahi (tonno locale), tako (piccoli polpi), salmone, polpo, gamberetti, frutti di mare, pollo o tofu
  • Salsa: forte, extraforte, soya, ... e altre salse americane (!)
  • Top: nori (alghe), carote, cipolle, pomodori, fagioli, patate, avocado, mais, verdure varie, erba cipollina
Infine laksa
Avevo “puntato” questo ristorantino/banchetto al mercato di Chinatown già da un po’ e sabato mi è capitata l’occasione giusta per ritornare con la mente (certamente) e il palato (speranza) in Malesia
Questa caratteristica zuppa molto speziata, un curry forte con l’aggiunta di una salsa di latte di cocco, è tipica malese ma è anche molto comune in luoghi vicini come Singapore, Indonesia e sud Thailandia, seppur con qualche minima differenza.
La prova è andata bene, ottimo per essere negli Stati Uniti, ma certamente nei luoghi di origine ha un altro sapore ... 
Come sempre in questi casi è possibile cambiare vari ingredienti di sostanza, ma non tanto di sapore, vale a dire che si può scegliere fra i vari tipi di noodles (mee, fun, mien, ...), fra vari tipi di carne e pesce, ma si può anche rimanere sul vegetariano con sole verdure o tofu.
Il mio “zuppone”, servito in una ciotola enorme, comprendeva vermicelli di riso (fun), tofu, wonton, pesce secco, germogli di soia e abbondante erba cipollina. 

venerdì 24 febbraio 2017

Le mie previsioni e speranze per gli Oscar (secondo blocco)

Miglior attore protagonista
Questa è una delle lotte più accanite, Denzel Washington (Fences) e Casey Affleck (Manchester by the Sea) sono secondo me i più meritevoli, seguiti a ruota, ma quasi alla pari, da Andrew Garfield (Hacksaw Ridge).
Onestamente, non penso che Ryan Gosling (La La Land) e Viggo Mortensen (Captain Fantastic) possano competere con le interpretazioni dei suddetti.
Mi dispiacerà per chi, fra Denzel e Casey, resterà a bocca asciutta.
   
MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA (mi mancano Jackie e Florence)
Per questa categoria non mi pronuncio in quanto oltre a mancarmene due, delle altre tre interpretazioni “esaminate” nessuna delle protagoniste mi ha tanto impressionato da considerare la sua prova “insuperabile”. Vi ricordo le contendenti: Isabelle Huppert (Elle), Ruth Negga (Loving), Natalie Portman (Jackie), Emma Stone (La La Land), Meryl Streep (Florence).
C’è da sottolineare che, come è noto, Viola Davis (“protagonista” di Fences al fianco di Denzel) è stata "dirottata" fra le “non protagonista” dove non dovrebbe avere alcun problema ad aggiudicarsi la statuetta, seppur “di serie B”.
Miglior attore non protagonista 
Penso che Jeff Bridges (Hell or High Water) meriti questo Oscar. Mi sembra che le pur buone prove di Mahershala Ali  (Moonlight, solo nella prima parte del film) e il giovane Lucas Hedges (Manchester by the Sea) non siano al suo livello. Vedo fuori dai giochi Michael Shannon (Nocturnal Animals) il quale, seppur apprezzabile e convincente, ha una parte è troppo marginale e non Dev Patel (Lion, solo seconda parte), assolutamente non all’altezza.
Miglior attrice non protagonista
Discorso già anticipato poco fa, Viola Davis (Fences) "deve" vincere, semplicemente perché se lo merita e non c’è paragone con le altre che sono: Naomie Harris (Moonlight), Nicole Kidman (Lion), Octavia Spencer (Hidden Figures) e Michelle Williams (Manchester by the Sea), la seconda in ordine di merito, l’unica che potrebbe insidiare Viola Davis.
  
Miglior FILM IN LINGUA STRANIERA
In questa categoria ne ho visti solo 3, riuscirò a guardare Land of Mine ma solo a fine marzo, ho poche speranze per Tanna. Fra quelli visti Toni Erdmann, come forse qualcuno avrà letto, non mi è piaciuto per niente. Gli altri due sono molto diversi fra loro, troppo per poterli comparare, ma trovo ciascuno di essi abbia i suoi meriti.

SHORT
Avendo già discorso in due post separati dei cortometraggi veri e propri e di quelli di animazione cito solo i favoriti (e preferiti) per ciascuna delle due categorie.
Cortometraggi: c’è da scegliere fra l’ottimo (quasi un pezzo da teatro) Ennemis Intérieurs di Sélim Azzazi (francese di origine berbera, autore anche della sceneggiatura) e il più delicato e sottile Mindenki (Sing) dell’ungherese Kristóf Deák.
Short di animazione: vincitore quasi certo è Piper dell’italo-canadese Alan Barillaro; possibile, ma improbabile, contendente Blind Vaysha del canadese Theodore Ushev (dal cognome direi di origine russa)
  
Chiudo con un riferimento alla nascente nuova polemica relativa alle candidature, tornatami in mente citando Toni Erdmann della tedesca Maren Ade. La sua è l’unica presenza femminile fra registi e sceneggiatori e ho già letto di qualcuno che, sottolineando il fatto, vorrebbe montare un altro caso come quello sollevato l'anno scorso da Spike Lee con #Oscarsowhite, che innegabilmente si è rivelato una spinta fondamentale per la marea di black movies e black actors candidati quest'anno.
Se riuscisse anche questa becera operazione, fra i candidati 2018 ci saranno tante registe e sceneggiatrici e ... a quale categoria "trascurata" toccherà fra due anni? Agli asiatici, ai nati in USA, o ad altri raggruppati per sesso (non solo i consueti due), religione, ...
Sarà mai possibile vedere scelte che non siano razziste, maschiliste, omofobe o, al contrario, che favoriscano in modo palese categorie di piagnoni? Ci libereremo mai delle manovre sottobanco o dietro le quinte che dir si voglia?
Non  si potrebbe (come in effetti si dovrebbe) giudicare solo ed esclusivamente in base alla qualità del film, interpretazione, tecnica, e via discorrendo?

mercoledì 22 febbraio 2017

Piove ... niente rilievi ... ottimo surprise potluck hawaiiano

Nonostante le previsioni di poche gocce fino alle 9, per tutta la mattinata ci sono stati brevi ma intensi scrosci di pioggia. Appena entrato all'Orto Botanico dall'ingresso del personale, mi ha bloccato Iris invitandomi al party mangereccio da lei organizzato per festeggiare Josh, appena nominata direttrice degli Honolulu Botanical Gardens. Non c'è voluto molto per convincere Naomi (la botanica con la quale sarei dovuto andare a rilevare la mappa di un altro Orto) a rinunciare ad un giro sotto la pioggia e nel fango e cambiare il programma in revisione di un'altra cartina e POTLUCK!
Cosa sarà mai un potluck? Semplice, è il termine comune con il quale negli States si indica un party gastronomico nel quale ognuno porta qualcosa da mangiare. Il termine nasce con altro significato dalla combinazione di pot (pentola) + luck (fortuna) ma ormai è divenuto di uso comune con il significato suddetto. Qui a Honolulu, visto che i vari piatti da spizzicare sono detti pūpū, in alternativa il potluck viene anche chiamato pūpū partyCome sottolineai nel primo post di questa serie hawaiiana, la popolazione dell’arcipelago è a maggioranza asiatica e, per fortuna, il cibo rispettava la distribuzione etnica. Ecco ciò che era sul tavolo:
  • poke di ahi (tunnide locale di taglia medio grande, fino a 2 metri)
  • vermicelli di riso stile coreano
  • riso con carne e verdure
  • sushi assortiti
  • una specie di involtini primavera
  • chili vegetariano
  • ali di pollo fritte
  • insalata verde mista
  • dolce di guava
  • ottimi biscotti caserecci secchi, non di quelli burrosi con mandorle provvisti in quantità industriale dalla zia di Iris e quindi conosciuti all'Orto come auntie's cookies, e tenuti in grande barattolo a disposizione di chiunque ne voglia.
Il giardiniere filippino si è lamentato del fatto di non essere stato avvertito per tempo e per questo ci è mancato una specialità filippina.  
Il pūpū del quale probabilmente nessuno di chi legge ha mai sentito nominare è il poke, piatto hawaiano più che tradizionale. Come anticipato, è a base di pesce ... crudo. Si può fare anche con polpo, salmone o altri pesci, ma quello con l’ahi (tonno pinna gialla) è senz'altro il più tradizionale e il più comune ... ed ottimo. L'ingrediente base è unico, tagliato a cubetti, tutto il resto sono condimento, erbe e spezie: 'alaea (detto sale delle Hawaii, sale marino grosso al quale è stata aggiunta argilla vulcanica che conferisce un colore rossastro), cipolla, chili water, scalogno, alghe, sesamo, noci macadamia, soya, olio, peperoncino o pepe, aceto.
Una volta condito e dopo aver ben mischiato, refrigerare per un minimo di due ore, ma c’è anche chi prepara il poke un giorno per quello successivo.
Ricetta fornite dall'autore, nativo di Oahu, ma come è chiaro a chiunque si diletti a cucinare, o anche solo ad assaggiare, la lista di ingredienti è molto variabile e cambia da casa a casa. Con lui ho parlato di un altrettanto famoso cibo locale, tuttavia molto meno appetitoso, ma principale fonte di carboidrati e amido: il poi , una specie di densa purea di taro, tubero simile alla patata ma molto più ricco di amido (e molto meno saporito). Per secoli è stato l’alimento base della dieta polinesiana in genere, per il suo alto contenuto di carboidrati complessi ed in particolare amido, oltre ad essere ricco di vitamina A. Nella foto a sx potete avere un'idea di come si presenta ... 

A quelli ai quali piace sperimentare e sanno come combinare gli ingredienti, consiglio certamente di provare ad adattare il poke, egualmente non suggerisco di perdere tempo a cercare il taro per preparare il poi.
Nota puramente statistica: anche i presenti rispettavano la ripartizione delle "razze" alle Hawaii, fra la quindicina di presenti, gli haole (i "bianchi") erano solo 4, contando anche me, 3 gli hawaiiani, il resto asiatici.

domenica 19 febbraio 2017

“Sonita” (Rokhsareh Ghaem Maghami, Ger, 2015)

Sonita (Rokhsareh Ghaem Maghami, Germania-Svizzera-IRAN, 2015) 
con Sonita Alizadeh, Latifah Alizadeh, Fadia Alizadeh 
IMDb  7,9   RT 100%
  
Secondo film di oggi nell’ambito della rassegna Women in Film, un biopic-documentario sulla vita (più che altro adolescenza visto che oggi ha 20 anni) della rapper afghana (proprio così) Sonita Alizadeh il cui caso fece clamore, destò interesse in alcuni membri di associazioni no-profit di difesa dei dritti civili ed in particolare la Strongheart Group che le assegnò una borsa di studio.
Non si può chiamare documentario (non c'è commento esterno) né biopic per riferirsi solo ad un brevissimo periodo della vita di Sonita che grazie alle strofe di Daughters for Sale (vedi video) da profuga afghana rifugiata in IRAN non solo è riuscita a sfuggire alla "vendita" come sposa. ma è arrivata al successo internazionale coronando il suo sogno.
Per questo film, invece dell'usuale micro-recensione accompagnata da poster e qualche foto, allego il video del pezzo più rappresentativo composto, come gli altri del film, dalla stessa Sonita che oggi ha 18 anni e vive negli Stati Uniti. Leggete con attenzione i sottotitoli, un ottimo testo scritto da una sedicenne.
La piccola troupe iraniana che la segue nella scuola per ragazzi di strada, orfani e rifugiati continua seguirla quando diventa un caso emblematico ed interessante. Senza documenti, vive con una sorella mentre il resto della famiglia si trova ancora a Herat (Afghanistan) , chiaramente non vuole essere venduta e al contrario di tante altre fa il possibile per opporsi, la scuola l'appoggia ma non può intervenire, né può assecondarla più di tanto nella sua passione poiché, ufficialmente, neanche in IRAN le donne possono cantare in pubblico né incidere dischi.
Il film mette il dito in parecchie piaghe oltre la già citata tratta delle giovani spose. Gli stessi familiari (anche madre e sorelle) non hanno alcuna considerazione per la ragazza e ad aggravare il giudizio su questa “consuetudine” si scopre che il ricavato non serve per il sostentamento della famiglia (come in un primo momento dice la madre) ma per comprare una sposa al fratello maggiore ... si vende una figlia per comprare una nuora! 
Al di là di ogni altra considerazione, una vera follia! 
   
Oltre a ciò si sottolineano, e si vedono, le differenze culturali fra IRAN e Afghanistan, paesi nei quali il film è stato effettivamente girato.
Questo buon prodotto cinematografico (ma non certamente eccelso) è senz'altro molto più interessante per i contenuti e ha ottenuto 2 premi al Sundance e un’altra quindicina di vittorie; in Italia ha partecipato nel 2016 al Biografilm Festival dove è stato premiato come miglior film d’esordio.
   
A chi è interessato alla storia di Sonita suggerisco di leggere questo post, seppur breve è interessante ed abbastanza esaustivo

venerdì 17 febbraio 2017

Sarebbe meglio vedere solo il passato o solo il futuro?

Più che un post, domande (apparentemente) senza senso.
Prendo spunto dal soggetto di un corto d'animazione candidato all'Oscar visto un paio di giorni fa: Blind Vaysha (blind = cieca). (short di Theodore Ushev, Canada, 2016, 8 min, IMDb 7,7)
In effetti la giovane protagonista Vaysha non è “non vedente” ma i suoi occhi, di diverso colore, hanno caratteristiche opposte e incredibili: uno vede solo il passato e l'altro solo il futuro. La logica terribile conseguenza è l'impossibilità di vivere il presente essendo ancorata al passato e angustiata dal futuro.
Trovandovi nella medesima situazione della ragazza e dovendo rinunciare ad un occhio, di quale (forse volentieri) fareste a meno?
Questo quesito mi era già balenato in mente al solo leggere la mini-trama e poi ho scoperto che lo stesso interrogativo se lo pone la protagonista del cortometraggio.
Per quanto astruso, il dilemma ci porta a considerare l’importanza che ciascuno di noi dà a passato e futuro, anche senza voler considerare il completo distacco dal presente. Quanto sono importanti i ricordi, il conoscere il passato di chi ci vive intorno e l’esperienza acquisita negli anni precedenti e quanto potrebbe essere importante conoscere eventi futuri? In particolare nel secondo caso, sarebbe un vero vantaggio?   
La prima situazione potrebbe non cambiare molto la nostra vita e la si potrebbe assimilare ad una amnesia totale, mentre l'altra avrebbe effetti notevoli, potenzialmente devastanti, in quanto senza dubbio condizionerebbe tutte le nostre scelte. Tuttavia, in questo secondo caso le conseguenze sarebbero molto diverse a seconda di ciò che vediamo in anticipo, se è di carattere generale (che non ci tocca direttamente in prima persona) o di fatti inerenti alla nostra sfera personale.
A partire dalle diverse varianti di questa assurda ipotesi ci si può comunque scervellare a piacimento da soli o anche intavolare interessanti e argute discussioni.