mercoledì 30 marzo 2016

4 giorni a Washington ... fra belve, spari e musei

Fortunato con il tempo, mi sono potuto muovere senza intoppi e piacevolmente fra un museo e l’altro, passeggiando nel grande rettangolo a verde lungo oltre 3 chilometri area fra il Capitol e il Lincoln Memorial e l’ultimo giorno da Washington sono tornato in Virginia passando il Potomac e percorrendo una quindicina di chilometri fra prati e piste ciclabili lungo il fiume, con tanti ciliegi in fiore.
   
Per gli amanti dei musei Washington è una vera pacchia ... ce ne sono tanti e almeno quelli del gruppo Smithsonian Institution (19 musei e 9 centri di ricerca) sono tutti completamente gratuiti e aperti tutti i giorni, tranne che a Natale. 
Quindi, come qualcuno già saprà avendo letto il post di domenica e visto le successive foto, ho iniziato con la sede distaccata dell’Air & Space Museum (vicina all’aeroporto) e ho proseguitocon il Museo di Storia Naturale, l’Orto Botanico, lo Zoo (anche questo Smithsonian), la sede cittadina dell’Air & Space Museum e l Museo degli American Indians (i cosiddetti indiani, o pellerossa).
Lo zoo era vasto ma gli spazi per gli animali erano grandi e di conseguenza non presentava un’enorme varietà di specie, ma una selezione di grande qualità che include i panda giganti (con il recente arrivo Bei Bei, con la madre nel video), rettili molto interessanti (per fortuna area meno affollata in quanto tanti si rifiutano perfino di guardarli), flamingo rossi, e via discorrendo. 

Musei tutti molto interessanti, ampi e ben organizzati e in particolare quello dedicato ai nativi mi ha molto coinvolto con le chiare spiegazioni (documenti, mappe, foto e video) relative alle tante popolazioni assolutamente  diverse che per gli europei sono una sola e che per tanti anni sono stati bollati come selvaggi. Ma le cose stanno cambiano, gli “indiani” moderni hanno rispolverato i vecchi trattati e sono riusciti a far riconoscere la loro validità e i loro successi presso la Corte Suprema sono sempre più frequenti.  

A chi ha dimestichezza con l’inglese e fosse interessato all’argomento suggerisco di guardare qualche video nei quali appare Suzan Shown Harjo  (cheyenne e muscogee) poetessa, scrittrice, attivista per i diritti dei nativi ai quali ha già fatto recuperare 4.000 kmq di terre usurpate, co-fondatrice del Museo presidente del Morning Star Institute (per i diritti dei nativi americani) e altro ancora. Dal 1960 si batte per contrastare l’uso denigratorio e spesso associato alla violenza di nomi indiani, specialmente nello sport. Nel 2013 due terzi delle squadre avevano già cambiato nome e rinunciato alle loro mascotte e nel 2014 anche i famosi (e ricchi) Washington Redskins hanno dovuto cedere all’ingiunzione legale.
nota esplicativa del disegno su pelle rappresentante la battaglia di Little Bighorn (foto in alto)
Nel Museo questo concetto di usurpazione mascherato con la legalità di trattati e annessioni è allargato anche alle Hawaii, anche se la popolazione locale è di tutt’altra origine (polinesiana) e il metodo è stato diverso essendo più vicino al colpo di stato che all’invasione, ma in compenso quasi per niente cruento.
Gli spari si riferiscono all’uomo che ha fatto convergere al Capitol decine e decine di auto di polizia, security, secret service (la casa bella è che hanno questa scritta sulla divisa ... dov’é il secret?), federali, camion e ambulanze dei pompieri e infine un numero spropositato di van che arrivavano fin dove era consentito e poi scaricavano cavalletti, telecamere, microfoni e una/un giornalista. Ad ogni angolo di strada c’era una troupe che cercava di accaparrarsi per un’intervista uno dei turisti che era all’interno dell’edificio al momento degli spari ... una scena da film al 100%.
   
Fra le mie raccolte in Google+ già ci sono molte foto e altre saranno caricate (appena avrò un po’ di tempo ...)

martedì 29 marzo 2016

Fra i film meno noti si trovano piacevoli sorprese

"Un film al giorno": i miei primi 100 film del 2016

Cinefili, critici, semplici appassionati e cine-dipendenti come me potranno certamente trovare qualche titolo interessante dando una scorsa alle mie micro-recensioni, anche se poco affidabili, poiché trattano di titoli poco conosciuti e molti che non sono mai giunti in Italia e che, probabilmente, da noi non circoleranno mai. Numerosi li ho trovati eccellenti e qualcuno appena guardabile, ci sono classici non proprio imperdibili, buone commedie e film con interessanti contenuti e ambientazioni che ci trasportano in mondi lontani sia per distanza che per tempo.

Da qualche giorno ho lasciato il Messico con ben 21 film visti in 14 giorni arrivando a quota 104 dopo che il 22 marzo (82° giorno del 2016) avevo raggiunto quota 100, molto in anticipo rispetto alla media che mi sono proposto. Lì mi sono molto avvantaggiato andando spesso al cinema e soprattutto alla Cineteca Nacional Mexico dove sono riuscito a guardare gran parte dei film della 60° Muestra Internacional de Cine, così come avevo fatto a Lisbona dove avevo approfittato abbondantemente dell’ottima programmazione della Cinemateca Portuguesa.

      
Oltre ad aver visto, come molti, quasi tutti quelli con Nomination Oscar nelle categorie più importanti (mi manca solo Trumbo) e altri recentissimi, ho continuato le mie ricerche nelle cinematografie dell'America Latina, ho guardato o ri-guardato pellicole di qualche anno fa e anche di molto tempo fa, fra le quali alcuni eccellenti muti degli anni '20 come The passion of Joan of Arc di Dreyer e Sunrise di Murnau la cui visione consiglio a tutti.
Ho avuto grandi delusioni, ma le piacevoli sorprese sono state, per fortuna, molto più numerose. Fra queste segnalo in particolare questi tre titoli dei quali sapevo ben poco o addirittura niente e che, pur non essendo pietre miliari della storia del cinema mi hanno colpito e prima o poi li riguarderò con piacere e con maggior attenzione:
Gold Diggers of 1935 (Busby Berkeley, 1935), Redes (E. Gómez Muriel e Fred Zinneman, 1936) e il recentissimo, fantastico Tangerine (Sean Baker, 2015) girato con 3 iPhone 5!
        
Aggiungo qualche dato statistico per dare un’idea della varietà dei paesi "di origine" (per le co-produzioni ho tenuto conto del più rilevante) e dei periodi di appartenenza.
Dei primi 100 film 31 sono nordamericani (30 USA e 1 canadese), 12 dei quali del 2015, e 34 del vasto gruppo hispanico (ben 16 messicani oltre agli 8 spagnoli e 10 dell’America latina, ai quali si sono subito dopo aggiunti un venezuelano e un brasiliano. Dei rimanenti, 17 sono asiatici (fra i quali 5 dell’Iran e 4 ciascuno di India e Giappone) e 17 europei (senza contare quelli spagnoli, già considerati) al quale va aggiunto l'unico italiano, Viaggio in Italia di Rossellini.
Nella tabella sottostante ho invece raggruppato i film per periodo di uscita ed anche in questo caso sono abbastanza ben distribuiti.
Per una rapida scorsa dei titoli potete dare uno sguardo alle locandine dei film visti, mentre nella raccolta 2016: Un film al giorno ... (366 essendo bisestile) ci sono tutte le micro-recensioni, numerate e inserite in ordine cronologico, leggendo le quali potrete conoscere i dati salienti (regista, cast, anno e paese di produzione, rating) avendo così un’idea di cosa si tratti.

Spero che qualcuno dei lettori-cinefili possa trovare qualche novità interessante.

domenica 27 marzo 2016

Macchine e oggetti volanti ... reali e dal vivo

E ora ... qualcosa di completamente diverso (come il titolo di uno dei film dei Monty Python). 

Ma non è proprio così in quanto comunque parlo di un museo e, in parte, di viaggi(in alto il primo Concorde francese, in basso lo Shuttle)
Ieri sono stato alla sezione distaccata dell'Air & Space Museum (uno degli Smithsonian), quella che si trova nei pressi dell'aeroporto internazionale di Washington. In un hangar lungo oltre trecento metri, costruito all'uopo, sono raccolte varie centinaia di aerei militari e commerciali, prototipi, elicotteri, navicelle di aerostato e spaziali, alianti, aerei per una ragione o per un'altra famosi, detentori di record, la navicella che, attaccata ad uno speciale aerostato, portò Felix Baumgartner a quota 38.969 metri e dalla quale si lanciò stabilendo il record di velocità raggiunta in caduta libera (1.357,64 km/h) e addirittura lo Shuttle Discovery!


Oltre a quast'ultimo, ci sono aerei che veramente hanno hanno avuto un ruolo fondamentale nella storia moderna e non sto parlando di modello di o di una serie come gli Spitfire o i Mig russi, ma di velivoli specifici come il tristemente famoso B-29 Enola Gay che il 9 agosto 1945 rilasciò su Hiroshima la prima bomba atomica.
Ce ne sono altri famosi e affascinanti per la loro linea come il famoso aereo-spia Lockheed SR-71A Blackbird che dopo 24 anni di servizio per lo più sui cieli sovietici, proprio venendo a Washington per essere definitivamente sistemato in questo museo, ha stabilito il record di velocità raggiungendo i 3.608 km/h. 
Ma, come vedete, è un "oggetto" bello a prescindere, con delle linee fantastiche ed è importante rammentare che fu progettato "senza l'ausilio di computer"! (un'altra foto è in fondo al post)

E poi c'è il Virgin Atlantic GlobalFlyer con il quale Steve Fossett stabilì nel 2005 il record di volo intorno al mondo in 67 ore e 1 minuto, il primo aereo passeggeri pressurizzato ed il primo jet di linea, ma ancora più affascinati per l'idea, per il design e per l'ardire di chi li ha pilotati sono alcuni minuscoli aerei progettati "per pendolari", da tenere nel garage di casa, come questi in basso. 
A sinistra l'aereo capace di volare più piccolo del mondo (certificato da Guinness) e a destra uno che fa venire in mente un incrocio fra i vecchi modelli di Lambretta e Ape.

   
Quasi dimenticavo di citare le "ali volanti" e non mi riferisco solo a quelle tipo deltaplano, ma anche a piccoli aerei come questo.
Appena avrò un po' di tempo pubblicherò tante altre foto interessanti come questa in basso del Blackbird su Google+GiovanniVisetti 


venerdì 25 marzo 2016

¡Hasta pronto Coyoacàn!

Attualmente ben inglobata nella enorme area metropolitana di Ciudad de Mexico, Coyoacán (“il luogo dei coyote”, dal náhuatlufficialmente “delegación Coyoacán, colonia Del Carmen”) ha una sua storia e continua ad avere un appeal molto particolare e diverso dal resto di CDMX. Già comunità prehispanica, fu la prima residenza del conquistador Hernán Cortés (1521) e poi fu scelta da personaggi famosi del calibro di Frida Kahlo con il suo due volte marito, il famoso muralista Diego Rivera, e Lev Trotskij passò qui gli ultimi anni del suo esilio forzato fino al giorno in cui fu assassinato da un sicario di Stalin. Furono proprio i due artisti nel 1937 a convincere il governo messicano a dare asilo all’esule russo che andò ad abitare vicino casa loro, a Calle Berlín dove ora è la sua casa-museo. Per pura e strana coincidenza, sto scrivendo da Calle Berlín e la mia finestra affaccia sul giardino posteriore della Casa Azul (Museo e già residenza di Frida Kahlo).
Oltre alle case-museo Frida Kahlo e Trotskij ospita il Museo Nacional de Cultura Populares e vari centri culturali. A ovest ci sono i Viveros (vivai) che oltre ad assolvere alla loro funzione, sono per la maggior parte fruibili dal pubblico e quindi frequentati da tanti podisti dilettanti e persone che semplicemente passeggiano all’ombra degli alti alberi, fra tanti uccelli e scoiattoli. 
A parte queste e altre notizie facilmente reperibili in rete, mi preme sottolineare la tranquillità di questo quartiere residenziale abbastanza vasto, con una rete di larghe strade (tutte alberate) e con un ampio parque costituito da due giardini boscosi (nella foto a sx la fontana dei coyote) uniti dal sagrato della Iglesia de San Juan Bautista, rimodellata sulla prima chiesa risalente all’epoca di Cortés, parco sempre affollato da famiglie, studenti, anziani, venditori ambulanti, artisti di strada, musicanti e ovviamente turisti. 
   
Poche centinaia di metri a nord c’è la Cineteca Nacional (foto a dx) con le su dieci sale e, soprattutto, la sua programmazione di ottimo livello che prevede dai 15 ai 20 film al giorno. La funzionale, anche se spesso affollata, metropolitana permette di arrivare in centro in soli 15 minuti al prezzo di 5 pesos (0,25 Euro).

Varie ed eventuali ...

Raccolta rifiuti (quasi) differenziata, (quasi) porta a porta
Dovunque ci si trovi a Coyoacán, di mattina si sente un campanaccio e si vede camminare da solo in mezzo alla strada l’uomo che lo suona con insistenza. Guardando un centinaio di metri alle sue spalle si vedrà un grande camion per la raccolta rifiuti attorniato da residenti in fila che portano i loro contenitori e vari operatori che eseguono una ulteriore cernita. Il rumoroso campanaccio avverte con almeno un paio di minuti di anticipo dell’arrivo del camion e ognuno avrà il tempo di scendere in strada.

Foto in bianco e nero


In vari punti della città ci sono banchetti che vendono foto in vari formati, quasi esclusivamente in bianco e nero. La cosa che colpisce è che tutt’oggi le più richieste sono quelle relative alla Rivoluzione e quelle dei divi cinematografici e cantanti di oltre cinquanta anni fa (Pedro InfanteJorge NegreteMaria FelixDolores del RioPedro Armendariz e, ovviamente, Cantinflas). 




Fra quelle della Rivoluzione Francisco “Pancho” VillaEmiliano Zapata e Adelita la fanno da padroni. Ancor più curioso è il fatto che perfino i più giovani e comprano o chiedono ai loro genitori quelle foto.

Statue viventi

Qui ce ne sono poche e non posano assolutamente immobili per lunghi minuti come di consueto in altre parti del mondo, più che altro si prestano a farsi fotografare con chi ne ha voglia. I più richiesti sono anche i questo caso i rivoluzionari, armati di tutto punto, con carabina, cartucciere e sombrero e gli unici a fare loro concorrenza sono personaggi dei fumetti e supereroi, ma chiaramente solo fra i più piccoli.
   

mercoledì 23 marzo 2016

Dove meno te l’aspetti ... ti puoi sposare con chi vuoi!

Ciudad de Mexico, 19 marzo 2016

BODAS COLECTIVAS

L’immensa spianata dello Zocalo, davanti alla Cattedrale metropolitana e limitata dagli altri lati dal Palacio Nacional e altri edifici pubblici si è riempita di spose e sposi accoppiati a seconda dei loro gusti e tutti uniti in matrimonio (boda). Quest’anno si sono celebrati oltre 2.000 (proprio così, DUEMILA) matrimoni superando il record dell’anno scorso (1.690). 
Matrimonio civile gratuito, sorteggiati due viaggi di nozze ad Acapulco offerti dal Municipio, così com’era fornita musica dal vivo su un grande palco e il rinfresco.
   
L’annuncio/invito è stato emanato con un mese di anticipo e, come risulta chiaro dai manifesti che si trovavano in ogni punto della città e nelle stazioni della metropolitana (quasi 200 stazioni, circa 4.000.000 di passeggeri al giorno! ... e funziona), veniva sposata qualunque coppia, comunque composta.
   
Eppure il Messico continua ad essere additato come paese machista (maschilista) e l’Italia sarebbe il paese avanzato in termini di tolleranza ...


Altre note e curiosità dai dintorni dello Zocalo

Zocalo (CDMX) e p.za S. Gaetano (Napoli) ... cosa hanno in comune?

Prima dell’invasione dei telefonini ed internet, chi a Ciudad de Mexico cercava un manovale, un elettricista, un imbianchino o un muratore, si recava allo Zocalo al lato sinistro della Cattedrale (ma probabilmente anche in altri punti della città) e lì trovava l’uomo adatto. 
Attualmente sono rimasti in pochi, tuttavia ancora ce ne sono lì ad aspettare, con la loro borsa con gli attrezzi del mestiere e con un cartello con l'elenco delle loro specializzazioni, da una singola a numerose. Come vedete a sinistra, qualcuno si preoccupa anche di essere esplicito anche per chi non sa leggere (ma questi si contano sulla punta delle dita).
   
Da partenopeo posso asserire con certezza che fino a qualche decennio fa questa prassi veniva ancora seguita anche a Napoli e che il classico punto di ritrovo era piazza San Gaetano, zona decumani.

Danzas indigenas


In questo caso si mischia autenticità, folklore e spettacolo per turisti. Ci sono vari gruppi che si esibiscono in diverse aree attorno alla Cattedrale, vestiti da indigenas (ma qualcuno è chiaramente abbastanza fasullo) e soprattutto con grossi cascabeles (sonagli, termine riferito anche al serpente culebra de cascabeles). 
Alcuni sono gruppi seri, che forniscono informazioni agli astanti circa le loro tradizioni, i significati delle danze, la loro situazione sociale attuale e con la loro attività raccolgono fondi, mentre altri pensano solo a far soldi, a farsi pagare per qualche foto in posa e consentono a turisti xxx (chiamateli come volete voi) di indossare i cascabeles e unirsi a loro nelle danze.
Se state in zona saprete subito dove si stanno esibendo, sarete attratti dall'incessante e ritmato suono del tamburo.

Ci sono anche danzatrizici molto, molto in erba, certamente originali ...



lunedì 21 marzo 2016

Chi sono i “critici”? Chi li insignisce di tale titolo?

Possono sembrare interrogativi stupidi e forse lo sono, ma a chi non è capitato di trovarsi in assoluto disaccordo con i giudizi di famosi ed acclamati critici d’arte, di teatro, lirica, cinema o similmente in campi più banali come quelli sportivi?
Il giudizio critico è un bene di ognuno di noi e si ha il diritto di esprimere le proprie opinioni, ma perché prendere per oro colato le parole e i giudizi dei critici, molto spesso passivamente?
Uno dei campi nei quali ciò maggiormente influisce in quanto direttamente collegato al valore delle opere è quello dell’arte, in particolare quella moderna. Sono ben note le ripercussioni sui valori commerciali di opere che vengono spacciate per capolavori di autori che “a breve avranno grande fama” e le cui “stime si moltiplicheranno in pochi anni”. Ciò avviene in modi e con mezzi molto diversi fra critici e gallerie d'arte fino alle incredibili offerte televisive (basti fare un po’ di zapping fra i canali TV locali e sembra di vedere imbonitori medioevali o da far-west).

Cercando un’immagine per questo post ho trovato questa, che trovo splendida, nel post Come diventare un brillante critico cinematografico (da leggere) scritto da Alberto Cassani nel 2007 e che mi è sembrata un'ottima introduzione al settore che più mi interessa: il Cinema.
Vorrei cominciare facendo una distinzione fra quelli che si proclamano o vengono individuati come “critici” (che spesso emettono sentenze apparentemente inappellabili) e la pletora di blogger, cinefili e appassionati (fra i quali ci sono anch’io) che in rete esprimono le loro opinioni, pronti ad un dibattito o quanto meno ad accettare commenti in disaccordo.
Fra i due gruppi ci sono secondo me i peggiori, quelli che si atteggiano a critici riprendendo giudizi di altri più accreditati di loro e scrivendo recensioni (spesso in modo peggiore se non fanno copia e incolla) cambiando qualche aggettivo, un paio di virgole e aggiungendo qualche banalità o esponendo pedissequamente la trama. Quante volte si trovano gli stessi concetti ripetuti in modo quasi identico in diverse recensioni! Inoltre, penso che queste, in linea di massima, debbano essere relativamente brevi - a meno di voler fare un vero e proprio studio analitico dell’opera, nel qual caso si possono anche scrivere decine di pagine - ed in ogni caso non ci si dovrebbe dilungare sulla trama, spesso al solo scopo di riempire la pagina.
Questo “sfogo” nasce dopo aver visto “Viaggio in Italia” di Rossellini che, come ho già scritto nella raccolta Un film al giorno, mi ha molto deluso. Confesso di avere il difetto, che però spesso mi porta a piacevoli sorprese, di scegliere un film per un nome (regista, attore o sceneggiatore) o per un particolare tema ed in questo caso avevo un doppio motivo: la regia di Rossellini e l’ambientazione nella Napoli dei primi anni ’50 (dove e quando sono nato). Dopo la proiezione, molto perplesso per gli alti rating del film (p.e. 7,4 su IMDb e 95% su RottenTomatoes), sono andato a leggere di più nei commenti e recensioni dei suddetti siti, nonché fra i tanti articoli e post pubblicanti in rete negli ultimi anni dopo il restauro effettuato dalla Cineteca di Bologna (ottimo come sempre).
Il commento (in inglese) che più mi ha colpito, e che condivido pienamente, è traducibile così:
Il bello di aver visto 10.000 film è che si notano subito le pretestuosità scritte dai critici che tentano di elevare un film scadente a capolavoro. Questo è un eccellente esempio (Viaggio in Italia).
Ovviamente si ritorna al punto di partenza: chi sono i critici?
Fra gli stranieri ho letto una quantità di banalità rispetto a Napoli e ai napoletani, errori madornali in merito ai luoghi (“il fango ribollente del Vesuvio”, ma ciò che si vede è la Solfatara di Pozzuoli, altro sistema vulcanico dal lato opposto rispetto a Napoli) per non parlare dei commenti basati sugli stereotipi e luoghi comuni come le incessanti grida di mercato, le canzoni, le tante donne incinte, il carro funebre monumentale tirato da 6 cavalli neri, e altro. Nel film c’è anche un altro evento raccontato in modo estremamente superficiale ed errato, inaccettabile in un film serio: la produzione “istantanea” di un calco di gesso a Pompei che viene poi estratto spolverando con un semplice pennello la cenere (che doveva essere invece necessariamente molto compatta).
Nel vuoto viene quindi versata una miscela di gesso ed acqua fino a riempirlo totalmente. Lasciato asciugare il gesso, si può procedere nello scavo e si mette in luce ciò che aveva determinato il vuoto: la cenere indurita ha conservato infatti, come uno stampo, il volume, la forma e la posizione dell'oggetto o del corpo che era stato sepolto.(www.pompeiisites.org)
E ci sarebbe ancora tanto da ridire sulle scene in auto e su quella finale della processione nella quale protagonisti, auto e fedeli cambiano più volte la loro posizione relativa. 
Andando a scavare fra i post italiani ho scoperto che vari ricercatori sottolineano che il film fu mal accolto alla sua uscita: 
Viaggio in Italia è soltanto quello che promette il titolo: una passeggiata turistica per Napoli e dintorni. Con la compagnia - inutile - di due personaggi che si torturano.(Fernaldo di Giammatteo su Rassegna del film)
Quando nel 1953 il film di Roberto Rossellini Viaggio in Italia fece la sua apparizione, i giudizi furono quasi tutti negativi. Gli unici ad avere compreso che dietro quella pellicola il cinema stava compiendo un passo enorme verso le sue potenzialità massime, furono i ragazzi terribili che lavoravano alla redazione dei Cahiers du cinéma. Giovani critici che ancora non avevano realizzato film ma dopo qualche anno avrebbero dato vita ad una nuova rinascita dell’arte cinematografica. I suoi nomi sarebbero poi diventati familiari per ogni appassionato di cinema: François Truffaut, Jean Luc Godard, Jacques Rivette. Quest’ultimo ebbe a scrivere “Con l’apparizione di Viaggio in Italia tutti i film sono improvvisamente invecchiati di dieci anni”. (Sergio su A luci spente)
"Il film ricevette stroncature tali da farlo obliare dalla critica, fino alla Nouvelle Vague che lo riscopre e lo eleva al rango di sua principale opera ispiratrice." (Diana Marrone su CultFrame)
"L’aspetto davvero innovativo del film riguarda l’uso del suono. I colori di una Napoli, da poco uscita dalla seconda guerra mondiale, vengono evocati, sul piano sonoro, attraverso i rumori della vita reale per le strade e grazie ai canti popolari napoletani che ricorrono a commentare più di una scena. Responsabile della colonna sonora del film è Renzo Rossellini." (Giulia Caroletti su cinematographe.it)
In conlusione, avevano ragione i critici di 60 anni fa o quelli che oggi si allineano e plaudono ai giudizi di Rivette, Godard e Truffaut che (dispiace dire) sono rimasti famosi solo fra i cinefili?

Inutile dire che propendo per la prima soluzione, riconoscendo al film esclusivamente i meriti per la parte teatrale interpretata dalla Bergman e da Sanders e nulla più. Tolta la parte turistica, il film si ridurrebbe ad un mediometraggio di meno di un'ora, ma certamente ne guadagnerebbe. 

sabato 19 marzo 2016

La “maledizione” delle città culturalmente vive

Non si sa come dividersi, è difficile scegliere nell'infinita offerta ed ancora più complicato organizzarsi. Tutto ciò ovviamente a patto che si sia interessati alla attività culturali e non limitarsi a viaggiare per girovagare fra negozi alla ricerca di souvenir o di affari, ristoranti (casomai italiani, senza neanche provare niente di locale) e bar.
Ciudad de Mexico è senz’altro una di queste città maledette, alla pari di New York, Parigi, etc. offrendo una quantità incredibile di spettacoli di qualità in quasi ogni campo. Al di là delle esposizioni permanenti nei tanti musei (ricordo che CDMX è la città con il maggior numero di musei al mondo), molti di questi ne propongono di temporanee di ottimo livello insieme con proiezioni, conferenze, corsi, concerti e spettacoli di danza o teatrali.
A parte il gravoso compito di dover scegliere fra tutto ciò (per fortuna internet aiuta ad avere un quadro pressoché completo e fornisce tante notizie utili per capire di cosa si tratti) c’è il problema oggettivo di combinare orari (alcuni dei quali coincidono o si sovrappongono) e organizzarsi per gli spostamenti.
Non sto qui ad illustrarvi il cartellone di CDMX ma, a titolo esemplificativo, vi racconto in breve la mia giornata di giovedì.
Ho iniziato con una visita al Museo de la Revoluciòn, che illustra abbastanza dettagliatamente con immagini, oggetti, mappe, pannelli, video e foto gli otre 100 anni di continui cambiamenti sociali e politici del Messico, fra sollevamenti, accordi segreti, tradimenti, esecuzioni, colpi di stato e assassinii. Si percepisce che pochi fra i quasi 200 Presidenti abbiano terminato regolarmente il loro mandato (e fra questi il “dittatore” Porfirio Diaz rimasto al potere per 35 anni durante il cosiddetto Porfiriato) e molti siano stati assassinati. Fra i tanti personaggi di rilievo spiccano quelli dei presidenti Madero, Juarez, Obregòn (fra i più amati) così come quelli dei rivoluzionari a tutti gli effetti come Francisco (Pancho) Villa (foto a sx) ed Emiliano Zapata, nomi ben più famosi in tutto il mondo. Oltre a tutto ciò il Museo ospitava due mostre fotografiche, una degli anni ’50 in bianco e nero ed una contemporanea (foto “il bambino del secchio”).
Dopo la necessaria pausa pranzo eccomi al Palacio Nacional, sede dei tanti murales di Diego Rivera fra i quali quello enorme - famosissimo - distribuito sulle tre pareti dello scalone di accesso al primo piano. A voler analizzare solo questo si passerebbe un’intera giornata in quanto le immagini non sono per niente casuali o semplicemente allegoriche, ma molti dei personaggi sono ben riconoscibili, tutte le scritte sono significative (anche se purtroppo data la posizione alcune sono difficili da leggere) ed ogni scena rappresenta un ben preciso evento della storia del Messico dall’epoca prehispanica fino alla Rivoluzione del 1910.
   
Mi sono limitato a scattare qualche foto ascoltando la guida molto preparata (gratuita così come l’ingresso) considerato che l’avevo visto già due volte in passato e che probabilmente ci tornerò e ho atteso il momento della visita all’esposizione temporanea, quindi da non perdere, Máscaras Mexicanas.
Oltre 400 maschere e costumi, corredati da informazioni, foto e video delle feste più popolari nelle quali si ritrovano elementi delle culture e tradizioni indigenas, spagnole e africane (giunte qui con gli schiavi).
Oltre a questa c'era anche un'altra sezione che includeva vari dipinti fra i quali Mi nana y yo (1937) della famosa Frida Khalo, opera meno conosciuta delle altre in quanto si trova  normalmente esposta nel Mueso Dolores Olmedo, disgraziatamente poco visitato. 
   
   
In uno dei cortili, inoltre, erano esposte delle foto contemporanee bellissime 
(sia per soggetto che per tecnica) rappresentanti per lo più indigenas nelle loro attività quotidiane e in occasioni festive. Pur essendo foto di foto ne ho pubblicato una selezione di 45 immagini.
Rimanendo in tema maschere e simboli (e per fortuna in zona, praticamente portone accanto) sono passato ad ascoltare una conferenza su “Cuervo: el transformador en América del Norte” nel Museo de las Culturas. Interessantissima descrizione delle popolazioni della costa occidentale del nordamerica (dall’Oregon fino all’Alaska) che poco hanno a che vedere con gli atri “pellerossa”. 
Certamente ognuno ricorderà di aver visto in qualche film o documentario qualche danza di uno sciamano con un costume con testa di uccello e delle ali legate alle braccia ... rappresentava Cuervo. Egualmente in cima ai totem (che includono tanti simboli e che sono specifici delle suddette popolazioni e non di tutti i nativi americani) si trova sempre lui ... CuervoUna appassionante storia nella quale si intrecciano storia, leggende e antropologia raccontata a braccio durante oltre un’ora e mezza da una studiosa ben avanti con gli anni (giunta in carrozzella) alla quale tutti hanno chiaramente perdonato qualche ripetizione e talvolta la perdita del filo del discorso.
Ma la mia giornata CDMexeña non finiva qui in quanto alla Cineteca Nacional mi aspettava la proiezione di Viaggio in Italia (di Roberto Rossellini - 1954) film poco conosciuto e abbastanza deludente, ma per me molto interessante visto che il titolo poteva anche essere cambiato in Viaggio a Napoli. I protagonisti (interpretati da Ingrid BergmanGeorge Sanders) arrivano dall’Inghilterra per vendere una villa alle falde del Vesuvio, appena ereditata da uno zio. La Bergman, quando non discute con il marito, passa quasi tutto il tempo a fare la turista e quindi oltre varie strade di Napoli si vedono il Museo Nazionale, Pompei, Cuma, l’Antro della Sibilla, la Solfatara, il Cimitero delle Fontanelle ... fra il 1953 e il 154.
   
Andato al centro di Coyocàn per cenare ho infine scoperto che nel Parque era stato allestito un palco e che era in corso la prima di tre serate di jazz.

Innegabilmente il trovarsi in una città come CDMX è una maledizione a tutti gli effetti per quelli di mentalità aperta, interessati alle culture degli altri paesi e alle varie forme di espressioni artistica ...