giovedì 13 aprile 2017

Bela Lugosi (1882-1956), Christopher Lee (1922-2015) e Dracula (immortale ...)

Le leggende sui vampiri in genere risalgono alla notte dei tempi ... l’irlandese Sheridan Le Fanu (1814-1873) fu uno dei primi a scriverne, il suo compatriota Bram Stoker (1847-1912) con il suo romanzo Dracula (1897) le immortalò. Anche se ormai sono pochi quelli che (lo) leggono, da buon cinefilo ho scoperto che il personaggio compare o viene citato in oltre 600 film, secondo solo a Sherlock Holmes in questa particolarissima classifica.
   
Il primo film su Dracula potrebbe essere il sovietico Drakula del 1920 (notizie vaghe), o l’ungherese Dracula’s death (La morte di Dracula), ma quello che lanciò definitivamente il personaggio sul grande schermo fu Nosferatu: eine Symphonie des Grauens (1922, F.W. Murnau), capolavoro universalmente conosciuto semplicemente come Nosferatu. In questo film (la cui trama è molto fedele al romanzo di Stoker) non viene citato il nome Dracula in quanto gli eredi dello scrittore non ne permisero l’uso e vinsero anche la causa per l’utilizzo del soggetto con la conseguenza che venne ordinata la distruzione di tutte le copie del film, cosa che per fortuna non avvenne. Dalle varie pizze che scamparono allo “scempio” sono state ricavate le versioni restaurate che oggi possiamo ancora ammirare. Del film di Murnau fu realizzato uno splendido e molto fedele remake da Werner Herzog nel 1979, con Klaus Kinski nel ruolo del conte Dracula e non Orlok (come nel ’22), in quanto i diritti d’autore erano nel frattempo scaduti.
Il primo Dracula sonoro fu, ovviamente, hollywoodiano e fu diretto da Tod Browning il quale avrebbe voluto avere Lon Chaney come protagonista, ma questo grande trasformista, specializzato in personaggi horror, però morì nel 1930. Anche se Browning è conosciuto soprattutto per il suo famoso Freaks (1932), in passato aveva già diretto Lon Chaney in molti muti. L’improvvisa morte di quest’ultimo fece la fortuna di Bela Lugosi (1882-1956, ungherese, ma oggi sarebbe stato rumeno, quindi un “vampiro originale”) il quale, grazie a questo ruolo, divenne famoso nel mondo di Hollywood. La scelta cadde su di lui non solo in quanto già aveva partecipato a vari film in ruoli minori e aveva un passato di attore di muti in Ungheria prima degli anni ’20, ma soprattutto perché dal 1927 era stato protagonista a Broadway del Dracula di Deane e Balderston. Questo lavoro teatrale (non fedelissimo al romanzo di Bram Stoker) ebbe grande successo, tanto da restare in cartellone per ben 268 repliche prima di andare in tour per gli Stati Uniti e la sceneggiatura del film del 1931 si basava proprio sulla suddetta opera teatrale.
Subito dopo Lugosi si lasciò sfuggire un’altra grande occasione che (forse) lo avrebbe reso veramente "immortale" e per di più spianò la strada a colui che sarebbe divenuto un suo rivale. Infatti avrebbe dovuto interpretare “la creatura” in Frankenstein (1931, James Whale) ma per dissidi con la produzione abbandonò il progetto e gli subentrò Boris Karloff. Questi tuttavia rimase più legato al personaggio creato da Mary Shelley e agli horror-terror in genere ma non ai vampiri.
Chi subentrò a Lugosi come vampiro per antonomasia fu invece l’inglese Christopher Lee il quale, dopo aver interpretato vari ruoli di cattivo, nel 1957 cominciò a lavorare per la Hammer (casa di produzione specializzata in horror) guarda caso come “mostro” del Barone Frankenstein, nell’occasione interpretato da Peter Cushing. L’anno successivo fu consacrato nel ruolo in Dracula (1958, Terence Fisher) dopo aver interpretato Corridors of Blood al fianco di Boris Karloff. Sono oltre una dozzina i film nei quali Lee interpretò il più famoso conte della Transilvania.
Un altro famoso attore “horror” del secolo scorso fu Vincent Price (1911-1993), protagonista di tanti film di Roger Corman, tuttavia non ha mai impersonato Dracula.
Venendo ai film, oltre alle già citate pietre miliari del 1922 (Murnau - Shreck), 1931 (Browning - Lugosi) , 1958 (Fisher - Lee) e 1979 (Herzog - Kinski), sono senz’altro da menzionare:

  • Dracula (John Badham, 1979, con Frank Langella),
  • Dracula di Bram Stoker (Francis Ford Coppola, 1982, con Gary Oldman)
    
le parodie

  • Dance of the Vampires (Roman Polanski, 1967, aka The Fearless Vampire Killers, tit. it. Per favore non mordermi sul collo)
  • Dracula: Dead and Loving It (Mel Brooks, 1995, Dracula morto e contento) con Leslie Nielsen
e il misconosciuto

  • Dracula cerca sangue di vergine... e morì di sete!!! (Paul Morrissey, 1974, Blood for Dracula) prodotto in Italia, ma ideato da Andy Wharol, con Joe Dallesandro
Personalmente preferisco la trama originale ed in particolare quella proposta in Nosferatu (F.W. Murnau, 1922), secondo me il migliore di tutti con protagonista Dracula, forse eguagliato solo dal suo remake del 1979 di Werner Herzog.
Chiudo con una curiosità sul tema. La prima volta nella quale Christopher Lee interpretò Dracula dopo la serie per la Hammer, fu in Spagna nel 1969 (Dracula, di Jesse Franco) e in quell’occasione Renfield fu impersonato da Klaus Kinski.

domenica 9 aprile 2017

Meglio naturali, spontanee e piccole o ibridate, coltivate e grandi?

Parlo delle Orchidee, ma la domanda interpretata in senso lato potrebbe essere riferita a scelte simili in tanti altri campi.
Questo è stato più volte argomento di amichevole discussione con vari operatori del Foster Botanical Garden di Honolulu, in particolare con il curatore dell’Orchid Conservatory (una serra che ospita quasi esclusivamente orchidee) e l’organizzatrice di esposizioni floreali che, quando si tratta di orchidee, attraggono sempre un gran numero di persone.
Anche se dovrebbe essere superfluo sottolinearlo, ovviamente loro erano per la ricerca di fiori belli, grandi, appariscenti, dai colori spesso vivaci e contrastanti, mentre io sostenevo che la bellezza intrinseca delle piccole orchidee spontanee ed in particolare delle Ophrys non ha nulla da invidiare a quelle che loro curavano con tanta passione.
Tornato in patria, oggi sono andato a “caccia” (fotografica) e, oltre a qualche Serapias lingua (sotto a sx) e le immancabili Orchis italica, con non poca difficoltà ho trovato anche due diverse specie di Ophrys, piccole ma estremamente affascinanti. 
   
Faccio presente che queste foto sono macro, vale a dire che l'immagine è più grande del fiore reale. Per esempio il labello di queste Ophrys, varia mediamente fra i 10 e i 15 mm = 1,0-1,5 centimetri.
Al contrario, la maggior parte delle orchidee coltivate in serra, quasi tutte ibridi, sono molto più grandi e proprio per essere curate, protette, irrigate nei modi e tempi giusti, con la esposizione alla luce e temperature abbastanza controllate, la loro fioritura dura molto più tempo rispetto a quella delle spontanee che restano in piena forma per pochissimi giorni.
Qui in alto vedete una Ophrys sp. fotografata oggi alle falde di Monte Santa Croce e in basso varie specie di orchidee almeno 10 volte più grandi, coltivate nella serra del Conservatory del Foster.
A tutto ciò, dal punto di vista degli appassionati e fotografi come me, si deve aggiungere la contentezza per la sorpresa o soddisfazione per essere riusciti ad individuazione una piccola orchidea "mimetizzata" fra tanti altri fiori. 
   
  
    

giovedì 6 aprile 2017

I Botanical Gardens di Honolulu, lo staff ... ed io

Se passate per Honolulu (lo suggerisco e auguro a tutti), visitate almeno qualcuno dei cinque Orti Botanici, ognuno molto diverso dagli altri. 
Si va dallo storico Foster proprio al centro della città, a pochi minuti a piedi dal business district e Chinatown, all’Ho’omaluhia (il più grande, 160 ha, foto a sx) attorno ad un lago ai piedi delle ripidissime balze del Koʻolau Range, al Koko Crater all’estremità SE dell’isola, situato sul fondo di un cratere e dedicato alle specie dei climi aridi, a quello di Wahiawa (al centro dell’isola) che grazie alle sue più copiose precipitazioni si presenta quasi come una foresta tropicale, al piccolissimo Lili`uokalani, anch’esso in centro, attraversato da un ruscello. Parlo con cognizione di causa in quanto posso affermare di conoscere i primi 3 a menadito per aver passato molto del tempo nel corso del mio ultimo soggiorno mappandoli in dettaglio.
 Koko Crater Botanical Garden (l'intero fondo del cratere)
 il ponte sulla vallone del Wahiawa Botanical Garden
Si paga solo al Foster (5 dollari), per gli altri l’ingresso è gratuito così come le cartine (ora anche online) e qualunque di essi visitiate troverete uno staff estremamente disponibile anche se solo al Foster sono previsti regolari tour guidati (giornalieri e gratuiti). 
Dopo questa molto sommaria descrizione, mi sento in dovere di aggiungere un commento in merito ai dirigenti, dipendenti e volontari che popolano e fanno vivere i Botanical Gardens. Ancor più che in altri ambienti della città e dell’isola si nota la serenità con il quale ognuno svolge i propri compiti, probabilmente aiutati anche dalla tranquillità fornita della vegetazione che li circonda e che la fa da padrona. Risalta il grande spirito di collaborazione fra i “regolari” e fra questi e i volontari (numerosissimi in genere negli Stati Uniti e qui in particolare) che con molta professionalità si occupano di tanti aspetti che vanno dalla piccola manutenzione, alle visite guidate, alle lezioni divulgative per scolaresche, alle decorazioni e a tanto altro come per esempio (nel mio caso) la mappatura dei giardini.
Molte volte piccoli gruppi mangiano insieme nell’ora di spacco e almeno ogni due settimane si organizzano party o potluck. Ovviamente ne hanno organizzato uno negli ultimi giorni del mio soggiorno, non solo per il mio commiato, ma anche per festeggiare la realizzazione delle 3 nuove cartine e per invitarmi ufficialmente a tornare per mappare anche Wahiawa (cosa che spero di fare fra 2 o 3 anni).
Molti dei membri dello staff (direttore, botanici, amministrativi, giardinieri e volontari) hanno partecipato alla festa d’addio onorandomi di un bellissimo Haku Lei (la ghirlanda intrecciata che si indossa come corona, il tipo più composito a tre fili intrecciati) composto da Iris, una vera specialista. 
Fra le tante le foto di rito alle quali mi sono prestato in quanto specificamente richieste (non le amo per niente) ne ho scelte due, la prima è quella con Naomi (la botanica che, oltre ad assistermi talvolta nei rilievi, mi indicava le specie da riportare in mappa) ed l'altra di una parte dei convenuti schierati ai piedi di un "esile alberello", l’Adansonia digitata (comunemente noto come baobab) di una dozzina di metri di circonferenza, uno dei simboli del Foster.
... the wonderful new maps that she and our amazing volunteer Giovanni Visetti created. ... Good work, Naomi and Giovanni! (dal comunicato ufficiale degli Honolulu Botanical Gardens)
Grazie a tutti!   *  Thanks to everybody!

giovedì 30 marzo 2017

Farsi passare qualche sfizio giova alla salute, soprattutto mentale

Anche questa è fatta ... ’a capa è soddisfatta
’A capa nun adda malepate’, che tradotto letteralmente (per quanto possibile) equivale a La testa non deve soffrire (mal patire) è uno dei miei modi di dire preferiti, che una volta scorreva sullo schermo del computer quando era in standby. In questo napoletanissimo motto, che ovviamente deve essere interpretato in senso lato, la testa equivale al cervello e malepate’ è un pleonasmo in quanto è logico che non si può soffrire bene e nessun patimento è buono. Aforisma purtroppo poco conosciuto ed ancor meno applicato e sbagliano coloro che lo interpretano come un suggerimento a far prevalere le emozioni sul raziocinio non essendo il cuore il soggetto della frase, ma la testa. Piuttosto, e così lo interpreto io, è un invito ad imbarcarsi anche in imprese “folli”, forse arrischiate, spesso giudicate irresponsabili, inutili o impossibili da amici e parenti, che cercano di dissuaderti o addirittura ostacolarti.
Portare a compimento un progetto, un’opera o un programma, non per tornaconto strettamente materiale, ma per propria soddisfazione, è sempre estremamente gratificante, al di là della reale qualità del lavoro svolto e del giudizio di terzi.
Della vasta categoria dei sostenitori di questo aforisma fanno parte tanto i collezionisti che passano la vita a cercare pezzi rari o semplicemente mancanti nella loro raccolta, quanto quelli che emigrano per andare a lavorare in un paese nel quale hanno più speranze e/o possibilità di realizzare i loro sogni, quelli che scrivono libri o poesie senza preoccuparsi di quante persone (forse) leggeranno quelle parole e tutti quelli che, almeno di tanto in tanto, si fanno passare uno sfizio. Se a qualcuno il termine fosse poco chiaro ecco cosa si legge su Treccani.it: sfizio  s. m. [etimo ignoto], merid. – Capriccio, divertimento.

L’idea del post nasce dal più recente sfizio che mi sono tolto: compilare una mappa ufficiale e praticamente ex novo dell’Orto Botanico Ho’omaluhia (160 ettari di superficie complessiva), il più grande dei 5 di Honolulu, Hawaii
La cartina (immagine in alto) è stata apprezzatissima, oggi è stata testata con diversi dispositivi (ed approvata) e da domani sono a tutti gli effetti in vacanza e cominceranno i farewell parties (feste d'addio). 
In effetti ne ho anche aggiornato altre due, abbozzate 9 anni fa. Fra poco tutte e tre saranno online per essere scaricate gratuitamente dal sito degli Honolulu Botanical Gardens o dall’app Avenza Maps mediante la quale anche chi non ha dimestichezza con mappe e cartine potrà tranquillamente “navigare” fra alberi e prati con l’ausilio del gps del proprio smartphone, tablet o altro dispositivo iOS, Android o Windows. (tutto spiegato nel post del 21 aprile 2015).
Ricordo a escursionisti e viaggiatori che l’app di Avenza è gratuita e dal sito si possono scaricare centinaia di migliaia di cartine di tutto il mondo, parte gratuitamente, parte contro pagamento di pochi euro. Fra le tante, già da vari anni, si trovano anche alcune mie cartine escursionistiche come Sentiero degli Dei (in basso a sx), Punta Campanella e San Costanzo, isola di Capri, Valle delle Ferriere, Faito e Molare (in basso a dx) e anche quella del centro di Sorrento, tutte gratuite.
   
Questo post non vuole assolutamente essere un mio panegirico, al contrario, leggetelo come un invito a chi ha idee, desideri, progetti o semplici sfizi a perseguirli, a tentare di concretizzarli.
Scrissi qualcosa di simile anche nel mio post di auguri 2017, ed esattamente:
Non puntate ad un semplice minimo miglioramento, guardate al di là del plausibile fino al difficile ma tuttavia possibile ... tenendovi a distanza di sicurezza dall’assolutamente irrealizzabile. 
Se ci sono riuscito io in tante occasioni ci può riuscire chiunque ... ma non certo i pigri e tantomeno i pavidi.
Conclusa questa "avventura hawaiiana" sono pronto ad imbarcarmi in altri progetti quantomeno stravaganti ... e ne ho molti in cantiere!

sabato 25 marzo 2017

da "Tanna" a "Nosferatu", dai mari del sud alla Transilvania

Tanna (Martin Butler e Bentley Dean, Aus, 2015)
con Kapan Cook, Mungau Dain, Charlie Kahla 
Micro-recensione *107* della raccolta

Qualche giorno fa avevo espresso i miei dubbi in merito all’originalità di questo film, avendolo immediatamente associato a Tabu: A Story of the South Seas (di F.W. Murnau, 1931, Oscar per la migliore fotografia) ma devo dire che, a parte l’ambientazione nei mari del sud e la fuga dei due amanti, i film hanno ben poco in comune.
Il film è stato candidato all'Oscar come miglior pellicola non in lingua inglese in quanto, pur essendo una produzione australiana, è interamente in lingua locale, Nauvhal.
Necessaria, indispensabile premessa: i due registi sono in effetti documentaristi e antropologi e prima di realizzare Tanna (loro primo lungometraggio) avevano già lavorato insieme per molti anni. Questo loro background ha fatto sì che durante i loro 8 mesi di permanenza sull'isola siano riusciti ad entrare in perfetta sintonia con i locali e ad apprezzare i lati più spettacolari dei contrastanti aspetti dell’ambiente naturale di Tanna, isola più meridionale dell’archipelago Vanuatu, a est dell’Australia, fra Nuova Caledonia e Fiji.
   
La mano dei documentaristi si fa sentire in modo sostanziale, ma riesce a "coprire" solo in parte le interpretazioni poco convincenti, seppur molto spontanee e naturali, e i vari punti deboli della sceneggiatura. Nel film ognuno interpreta sé stesso, rispettando anche i ruoli di ciascuno all’interno delle due tribù che si fronteggiano (Yakel e Imodin). Considerato che la trama è basata su avvenimenti reali del 1987 e che di conseguenza molti dei novelli attori sicuramente hanno vissuto quei giorni di tensione di 30 anni fa, si tratta quasi di una drammatizzazione dei loro ricordi.
   
Nel complesso si esce dalla sala più soddisfatti dalle immagini della foresta, del villaggio con i suoi abitanti e delle esplosioni del vulcano che dalla storia vera e propria. Questa, un po' perché ampiamente pubblicizzata e un po' per essere più che prevedibile, riserva poche sorprese e non riesce a coinvolgere più di tanto.
Per ulteriori commenti più professionali rimando a questo post di circolodelcinema.it che contiene tre interessanti (e ben scritte) recensioni-analisi di Tanna, redatte all’indomani della prima mondiale al Festival di Venezia 2015, dove ottenne il premio per la miglior fotografia e il premio della critica. 
In uno dei suddetti articoli si fa riferimento al film di Murnau (quindi non sono il solo ad aver fatto l’accostamento) e, avendo constatato che ben pochi lo conoscono, mi sono preoccupato di recuperarlo per proporvelo in questa versione ottimamente restaurata e in più che buona risoluzione.
Tabu: A Story of the South Seas, l’ultimo film di Murnau (1931) in HD 720p su YouTube (film muto, b/n, cartelli in inglese).
E per concludere non posso fare a meno di consigliare la visione anche del mio preferito film di Murnau, vale a dire Nosferatu, eine Symphonie des Grauens (1922, trad. lett. "Nosferatu ,Una sinfonia di terrore", tit. it. “Nosferatu - il vampiro” da non confondere con Vampyr di Carl Th. Dreyer (1932). Purtroppo la pellicola originale non era in perfetto stato di conservazione e quindi il "bianco e nero" va dalle dominati azzurre a quelle ocra, al vero b/n, in compenso il video è in HD 720p, sottotitolato italiano, commento sonoro di Frank Perry.

Altri film di Murnau che suggerisco di guardare sono Phantom (1922), Der Letzte Mann (1924, L'ultima risata)Faust (1926)Sunrise (1927, primo film negli Stati Uniti).

domenica 19 marzo 2017

Flamenco al cinema, oltre Saura, prima di Saura

Quattro clip estratti da quattro film diversi. I primi due hanno in comune il regista algerino Tony Gatlif, gli altri l'artista Carmen Amaya, attrice, cantaora e, soprattutto, bailaora
 
Procedo in ordine cronologico inverso, quindi comincio con il più recente dei filmati, forse quello che sorprenderà di più per la commistione fra musica araba e flamenca, tratto dal film Vengo (di Tony Gatlif, 2000), Premio César 2001 per la migliore musica, condiviso con Sheikh Ahmad Al Tuni, Tomatito e La Caita.
Tony Gatlif è un regista, musicista, sceneggiatore, produttore e attore, nato ad Algeri nel 1948 da padre berbero e madre rom, formatosi artisticamente a Parigi. 
Per quanto riguarda il cinema, ha diretto 18 film (7 dei quali con sceneggiatura propria) molti dei quali ambientati fra i rom sia del nord-Africa che europei. Gli interessati troveranno in rete tante altre informazioni, clip e anche film completi.
Il secondo spezzone che vi propongo è tratto dal suo film Latcho Drom (1993, 4 premi fra i quali Un Certain Regard al Festival di Cannes) ma la scena si svolge stavolta in strada, con la partecipazione di un'intera comunità e interpreti di tutte le età, dal cantaor in erba alle bailaoras molto più avanti con gli anni. Tutti estremamente naturali, senza trucco, senza abiti particolari, fanno semplicemente quello che amano fare e che hanno sempre fatto, riunirsi per divertirsi e stare insieme a ritmo di musica. 
Alcuni film di Gatlif sono stati distribuiti anche in Italia e qualcuno forse li ricorderà, fra essi Swing (2001), Exils (2004) e Transylvania (2006) nel quale Asia Argento interpretava la protagonista, Zingarina

Con un salto di 30 anni, ancora a ritroso, passo all'ultimo film interpretato da Carmen Amaya, La Capitana, quasi unanimemente reputata la più grande bailaora di tutti i tempi, famosa per il suo modo di ballare non del tutto ortodosso, nel quale evidenziava la sua straordinaria velocità di movimenti. 
Si tratta di uno spezzone di Los Tarantos (di Francisco Rovira Beleta1963), film candidato all'Oscar come miglior film di lingua non inglese, nel quale l'artista si esibisce come attrice, cantaora e bailaora

L'artista morì appena due settimane dopo l'uscita del film nelle sale spagnole, a soli 50 (o 45?) anni, a causa di un tumore. Il punto interrogativo è necessario in quanto ancora si dibatte in merito all'anno della sua nascita: 1913 o 1918? Ciò che è certo è che ebbe un enorme successo anche all'estero, esibendosi nei più importanti teatri del mondo, da Parigi al Sudamerica e a New York e fu addirittura Roosevelt la volle alla Casa Bianca
   
Conclude questa breve carrellata uno spezzone di uno dei suoi maggiori successi Maria de la O (di Francisco Elías, 1939), secondo film di Carmen Amaya dopo il debutto (già da protagonista) in La hija de Juan Simón (di Nemesio M. Sobrevila e José Luis Sáenz de Heredia, 1935) nel quale compariva anche "un certo" Luis Buñuel.
Successivamente, costretta a lasciare la Spagna per motivi politici, soggiornò negli Stati Uniti e li fu scritturata per 4 film, fra i quali Follow the Boys (1944) e anche in questo caso c’era un famoso regista fra gli interpreti: Orson Welles. 
Come per Tony Gatlif, pure su Carmen Amaya si può trovare tanto materiale in rete anche se, ovviamente, i filmati sono molti di meno sia per il periodo sia in quanto in 4 dei suoi soli 10 film (quelli americani) compariva esclusivamente come artista di flamenco. 

giovedì 16 marzo 2017

Le “camicie hawaiiane” ... di origine nippo-sino-libanesi

Le Aloha shirt, altrimenti conosciute come camicie Hawaiiane, furono lanciate alle Hawaii negli anni ’30, ma la loro storia inizia qualche decennio prima. Tale Kōichirō Miyamoto, figlio di un immigrato giapponese che nel 1904 aveva aperto un negozio di abbigliamento, dopo la morte del padre (1915) cominciò a produrre in proprio realizzando camicie con i tessuti utilizzati originariamente per i kimono. La le prime vere Aloha shirt furono disegnate dal cinese Ellery Chun che aveva un negozio a Waikiki ed ebbero subito un grande successo sia fra i locali che fra i surfisti giunti dal continente. Dopo pochi anni tutte le più importanti aziende del settore, anche quelle in U.S.A., cominciarono a produrle con disegni molto vari ma anche in quantità industriali con disegno unico per grandi aziende che decisero di utilizzarle come divise per i dipendenti.
Dopo la II Guerra Mondiale praticamente tutti i tanti militari che avevano prestato servizio nel Pacifico portarono a casa almeno una camicia. Negli anni successivi grazie ai più facili e rapidi collegamenti aerei e ancor di più dopo che le Hawaii divennero il 50° stato U.S.A. nel 1959 ci fu il boom del turismo.
Questo settore dell’abbigliamento fu rivoluzionato quando Alfred Shaheen (nato nel New Jersey, figlio di commercianti tessili libanesi) cominciò a stampare i tessuti e a produrre a basso costo non solo camicie, ma anche vestiti femminili. Successivamente migliorò il design e la qualità dei tessuti fino ad ottenere abbigliamento di classe. 
Allo stato attuale sembra che il top del design sia quello del marchio Tori Richard, specialmente per il settore femminile.
In molte occasioni festive le coppie, o anche intere famiglie, indossano abiti prodotti con il medesimo tessuto.  
Le Aloha shirt sono attualmente il maggior prodotto di esportazione del reparto tessile. Quelle moderne sono per lo più stampate, a maniche corte, con colletto, con tasca sul petto a sinistra cucita in modo che il disegno non sia interrotto, con pochi bottoni (non sempre fino al collo) e tagliate per dare il massimo confort (non aderenti) e per essere indossate fuori dei pantaloni. 
 
Quelle indossate dai locali, al lavoro o per puro piacere, sono di solito molto sobrie mentre quelle con colori sgargianti (spesso pacchiane e di cattivo gusto) sono quelle più ambite dai turisti.
   
Ciò per quanto riguarda la produzione e il commercio, ma è altrettanto interessante l'iter "sociale" delle Aloha shirts.
Già nel 1947 la City and County of Honolulu deliberò di consentire ai propri dipendenti di indossarle al lavoro nel periodo estivo, ma in senso ampio, da marzo a ottobre. 
A seguito di ciò fu creato l’Aloha Week Festival che si tiene ogni ottobre e continua ad avere un grande successo. La sede è il grande Ala Moana Park in riva al mare (già citato più volte) ed è come un revival delle antiche tradizioni hawaiiane, quindi con balli, canti, musica, sport tradizionali e, ovviamente, tanto cibo.
Oggi è consentito indossare le Aloha shirts in qualunque giorno dell'anno e pare che sia anche espressamente suggerito in molti ambienti di lavoro in quanto indossando queste ampie e leggere camicie non c'è bisogno di un eccessivo utilizzo dell'aria condizionata. Qui alle Hawaii ormai quasi tutti vanno al lavoro con questo tipo di abbigliamento ed è rarissimo vedere qualcuno in giacca e cravatta. Anche in molte occasioni semi-formali viene spesso richiesto l’Aloha Attire, che pur non essendo “elegante e impegnativo” non è assolutamente casual. In particolari occasioni anche i membri della Camera delle Hawaii indossano la loro Aloha shirt “di ordinanza”(foto in basso).

domenica 12 marzo 2017

Giornata multietnica: udon e kaki-age, film israeliano, matrimonio hawaiano, musica giapponese

Cominciamo con il pranzo, in una specie di fast food giapponese, ma niente a che vedere con quelli americani. Non penso sia necessario ribadire che dal Mediterraneo all’Estremo Oriente, passando per i paesi meridionali dell’Asia la cucina rapida, il cibo acquistato e consumato per strada, in piedi o su un banchetto al lato della cucina aperta e spesso mobile, è una tradizione millenaria e quelle sono le origini non solo dei fast food ma anche del finger food e dello street food ora tanto di moda.
Avendo voglia di udon sono andato a sperimentare un locale atipico per Chinatown, essendo abbastanza spazioso e moderno, ma il nome Marukame Udon diceva chiaramente che gli udon sono la loro specialità e le file (una per il take away una per sedersi all’interno) lasciavano molto ben sperare.
Gli udon sono uno dei tanti tipi di pasta orientale, in particolare giapponesi, ma pare assodato che lo stile sia stato importato da Cina e Corea. Sono preparati con semplice farina di grano e tradizionalmente sono a sezione quadrata (in quanto si tagliavano e non si estrudevano), molto spessi e di consistenza “interessante” ... essendo freschi non possono mai essere certo al dente come mangio io la pasta, ma non sono certo morbidi e collosi come la pasta scotta. Sono più lunghi dei nostri vermicelli e, una volta scolati vengono arrotolati a mano in una coppetta da un apposito addetto che poi la rovescia su un piano, pronti per essere impattati definitivamente con gli altri ingredienti richiesti o in una zuppa. 
Oltre ai vari piatti a base di udon il locale offre un ottimo tempura bar, con una vasta scelta di carne, pesce e verdure fritti in pastella ... sempre ancora almeno tiepidi. Fra tante note fritture si distingue una meno comune, il kaki-age (tradotto per il pubblico non nipponico come onion bomb = bomba di cipolle). La maggior parte di questa specie di “gomitolo” è effettivamente composto da cipolle ma, come si vede nella foto, queste sono miste ad altre verdure. Infatti, il kaki-age nasce come piatto prettamente casalingo e sempre diverso in quanto si utilizzano varie verdure, spesso quelle rimaste, tagliate in lunghe sottili strisce mischiate in pastella e infine fritte. Una delizia! (almeno per me che sono un'appassionato di fritture)
Dopo pranzo direttamente all’Honolulu Museum of Art a guardare The Women's Balcony, un interessante film israeliano sui contrasti fra normali osservanti e ultraortodossi (micro-recensione e trailer), nell'ambito deJewish Film FestivalConsiderato il fatto che questo film è stato campione di incassi in Israele, appare chiaro che il pubblico anche lì sia per la maggior parte a favore dei "normali osservanti" e non da quella degli oppressivi fondamentalisti.
Una storia simile raccontata da israeliani e inclusa nel programma ufficiale del cinema ebreo è certamente più credibile di quelle fatte all'estero al solo scopo di criticare gli uni o gli altri.
  
Mi sono poi trasferito all’Ala Moana Park and Beach dove, oltre alle solite coppie si sposi alle prese con le fotografie, c’era anche un matrimonio celebrato sul posto, fra le palme vicino al mare, e il ricevimento era organizzato sul prato poco distante, fra gli alberi. 
Come potete vedere, in questi casi l'officiante non si presenta con una quantità di inutili accessori e tutta la cerimonia si volge in un clima molto più tranquillo e rilassato. Oggi, data di pubblicazione, c'era un altro matrimonio, stesso officiante. In più c'erano 4 file di sedie unite da un lungo festone bianco e giallo, disposte in modo da creare un corridoio centrale per gli sposi. C'era anche la musica dal vivo, one man orchestra, un cantante che si accompagnava con un classico ukulele.
Infine, sono andato all'Ala Moana Center sul cui palcoscenico centrale si esibiva un gruppo di percussionisti giapponesi di taiko.
Con il termine taiko si indicano quasi tutti i tamburi tradizionali giapponesi, per lo più a forma di botte o semplicemente coni lati bombati, dalle dimensioni molto variabili. Si suonano con bacchette di diametro più o meno proporzionale alla grandezza del tamburo, quindi da quelle sottili per i più piccoli fino a vere e proprie mazze per quelli più grandi. Come si può notare nei video, i taiko vengono posti su appositi supporti che li mantengono in posizioni diverse in modo da avere la superficie orizzontale, diagonale o verticale.
La tradizione dell'uso di questi grandi tamburi, spesso usati anche in guerra, è antichissima e sembra che abbia avuto origine in Corea. Infatti, si hanno notizie certe di giapponesi che già nel VI secolo d.C. lì si recavano proprio per apprenderne l'arte. 
Osservate la veemenza con la quale i suonatori di taiko battono sulle pelli, spesso accompagnando i colpi con grida e smorfie.

giovedì 9 marzo 2017

Mappatella Beach, Honolulu, Hawaii

Con il termine Mappatella Beach (detto anche Lido Mappatella) a Napoli si indica la piccola spiaggia libera al centro del lungomare (via Caracciolo) essendo mappatella, diminutivo di mappata, il fagotto nel quale si trasportavano asciugamani, chi li aveva, e cibo per passare una giornata al mare.
   
Chiaramente il nome della spiaggia libera (lunga circa 1,5km) al centro di Honolulu non è Mappatella, ma Ala Moana Beach e, incredibilmente per noi, è poco frequentata. 
Qui hanno ancora l’abitudine di andare a lavorare e i ragazzi vanno regolarmente a scuola. Lungo la spiaggia ci sono varie postazioni coperte e rialzate per i bagnini (lifeguards), appena alle spalle, all’ombra delle palme ed altri alberi, bagni pubblici in muratura e sempre puliti, fontanelle con acqua potabile e docce ... tutto gratuito.Durante da settimana, come si vede nelle foto, ci sono pochi bagnanti, varie famiglie con bambini piccoli e ... gli sposi!
Infatti, sia la spiaggia che il parco che la divide dall’Ala Moana Boulevard sono costantemente set fotografici per i novelli sposi, per lo più giovani orientali, direi giapponesi che non ho capito se vengono da oltreoceano o fanno parte della colonia di residenti, 40% della popolazione dell’isola. Di solito li si vede senza grandi seguiti, solo con uno o due fotografi, a volte un “regista” ed un paio di assistenti. 
   
Ho notato che i vestiti delle spose tendono al classico, bianco, spumeggiante, con o senza strascico, mentre per i mariti si va da frac o marsina (neri, classici, o anche bianchi), a semplici vestiti bianchi o agli short all’inglese (tipo bermuda) che a quanto ho visto è la foggia più comune. I più arrivano al parco nell'immancabile limousine, ma con ai piedi semplicissimi sandali o addirittura flip-flop.
Il parco, quasi assolutamente pianeggiante presenta grandi prati e alberi sparsi, molti dei quali con enormi chiome frondose che forniscono abbondante ombra e frescura. Ci sono numerose semplici panchine e molti tavoli da picnic, alcuni in legno e altri in muratura, sia all’ombra degli alberi che al sole a fronte mare, barbecue fissi in cemento e, infine, una marea di contenitori per i rifiuti sia sulla spiaggia che nel parco. Entrambi, pur non avendo alcuna recinzione, di notte sono “chiusi” e sorvegliati e probabilmente anche per questo nelle mie varie visite o semplici attraversamenti ho sempre trovato sia spiaggia che parco puliti.
   
Durante il week-end il discorso cambia completamente, non tanto per la spiaggia, semplicemente più affollata, ma non eccessivamente, quanto per il parco nel quale vengono montati numerosi gazebo di varie forme e dimensioni al di sotto dei quali vengono sistemati tavoli e sedie, mentre al lato vengo portati barbecue (da quelli familiari ai professionali) ed enormi cooler pieni di bevande ... analcoliche (alcool e fumo sono proibiti nell’intera area). Molti organizzano così le loro riunioni familiari e i compleanni dei figli (che hanno prati enormi per giocare).