martedì 21 novembre 2017

La “comida corrida” (il pranzo di corsa)

Chi è stato almeno un volta in centroamerica e in particolare in Messico avrà certo visto mille di questi annunci all'esterno di piccoli ristoranti, fondas, cafeterías, loncherías .... La comida corrida, come dice il nome stesso, è l'antesignana del fast food, con la differenza che si tratta di un pasto completo e in genere di gran lunga migliore e più salutare degli omologhi moderni.
Il pranzo è a prezzo fisso (irrisorio rispetto ai ristoranti veri e propri) ed è molto vario e sostanzioso, lontanissimo da un seppur economico piatto unico.
Si inizia con una scelta fra due o tre primer tiempo brodosi, di solito zuppa e/o crema di verdure e un consommé con fideos (da vermicelli a capelli d’angelo, spezzati); subito dopo si passa alla scelta del segundo tiempo secco che sempre comprende una porzione di riso mentre le ulteriori scelte vanno dalla pasta, ai chilaquiles, ai tacos, ecc.
Con il tercer tiempo siamo invece al piatto forte per il quale, in alcuni posti molto frequentati, la scelta può non limitarsi alle solite due o tre proposte ma essere molto varia ed in questo caso i piatti sono talvolta divisi in fasce di prezzo, con un supplemento da pagare per pietanze di pesce o carni "migliori".
Sono sempre inclusi gli immancabili frijoles (fagioli, serviti contemporaneamente al piatto forte), pane o tortillas, salsa (forte) verde e/o rossa (la verde è di solito la più piccante), spicchi di limo, o limetta che dir si voglia, e agua fresca (acqua insaporita con il succo di limo, arancia, tamarindo, mango, papaya o altri frutti, ma è molto comune anche il carcadè - conosciuto come agua de Jamaica - e la horchata che non è orzata, ma una bevanda a base di farina di riso, zucchero, cannella, late e vaniglia, in questo caso allungata con acqua). 
(nella foto a sx, la crema de cilantroagua de Jamaica e salsa verde).
Questa è la base pressoché imprescindibile, molti includono un semplicissimo e piccolo dolce, altri anche il caffè.
Passiamo ai prezzi ... in queste due settimane, girovagando in aree non poverissime e nei pressi delle aree turistiche, ho visto parecchi menu fra i 50 e i 60 pesos (MXN), ho mangiato 3 volte (bene) al centro da Manolo, a un paio di isolati dallo Zocalo, per 54 MXN, tante volte ancora meglio a Coyoacán (zona più cara dove si trova anche la famosa casa-museo di Frida Kahlo) a La terminal, piccolissimo ristorante molto tradizionale aperto dal 1930, per 75 MXN. Considerate che al cambio medio attuale 85 MXN (75 + 10 di mancia, considerata lauta e del resto è quasi il 15%) equivalgono a 4 euro! 
Oggi ho mangiato:
primer tiempo: crema de cilantro (coriandolo)
segundo tiempo: riso appena macchiato di pomodoro con mezza banana tagliata a fette (!)
tercer tiempo (foto a sx, con frijoles e salsa verde): nopales con formaggio e insalata mista che comprendeva lattuga, pomodori, fette di arancia, cetriolo e jicama (patata messicana) 
Il nome nopal si riferisce sia di una specie locale di fico d'India, sia ai suoi cladodi (le pale, che non sono le foglie divenute invece spine) che si cucinano in vari modi.   
Il tutto accompagnato da agua de Jamaica, frijoles, salsa verde, ed  ho rinunciato alla gelatina (inclusa nel prezzo) che rappresentava il dessert.
Ho scelto La Terminal perché è sempre affollatissimo di studenti, operai e famiglie, vende anche comidas da asporto, dalle 14 alle 17 c'è sempre la fila fuori e avvicinandosi l’orario di chiusura (fra le 19 e le 20) ci sono solo pochi piatti ancora disponibili; tutti elementi positivi per i miei criteri di scelta.
Certo, bisogna adattarsi agli spazi limitati e alla velocità del servizio ... la comida è veramente corrida! I primi, essendo due minestre sono preparati in quantità enormi e tenuti sempre caldi, così come i secondi. Appena ci si siede arriva il menù, acqua e pane o tortillas e viene chiesto cosa si preferisce di primo e secondo. Mentre il cliente sceglie il piatto forte (se non lo ha già fatto) arriva il primo e parte la comanda per il tercer tiempo. Quando si sta per finire il primo già il secondo è sul tavolo e quando questo è quasi terminato arriva il piatto forte accompagnato da una piccola porzione di frijoles.
Considerato un tempo medio di permanenza al tavolo di 20-30 minuti, direi che in quella sala di una quarantina di posti (foto a sx scattata verso mezzogiorno, quasi senza commensali) si servono almeno 400-500 pasti al giorno ... il che spiega come possano mantenere prezzi bassi e buona qualità. In cucina ho visto 5 o 6 addetti che preparano i piatti forti al momento, mentre un paio di di camerieri si muovo freneticamente in "sala". In questi posti talvolta si deve condividere il tavolo, in altri casi viene chiesto il consenso, ma se c'è fila è molto apprezzato chi, come me, invita il cameriere a far sedere i primi della fila al proprio tavolo, limitando la loro attesa e creando l'occasione per scambiare due parole con autentici locali. 

venerdì 17 novembre 2017

El Pana e Rodolfo Rodríguez González

Dopo 7 anni di lavoro e oltre 100h di riprese  il regista Rodrigo Lebrija ha concluso il documentario El brujo de Apizaco (lo stregone di Apizaco) basato sulla tormentata vita del torero messicano Rodolfo Rodríguez González, meglio conosciuto come El Pana, personaggio “bipolare, alcolizzato, schizofrenico,romantico, mitomane e surrealista”. Chi pensa che sia un documentario sulla tauromachia si sbaglia, è il ritratto di un uomo assolutamente fuori della norma, nel bene e nel male, nei suoi eccessi e nelle sue genialità.
Di umili origini, figlio di un poliziotto assassinato quando lui aveva 3 anni e di Doña Licha, tamalera come la nonna (venditrici di tamales alla stazione di Apizaco), prima di cominciare a toreare professionalmente all’età di 27 anni fu ferroviere, venditore ambulante, necroforo, contadino e panettiere alla quale deve il suo soprannome Pana(dero).
Frequentava cantine e postriboli e i suoi eccessi nel bere (soprattutto il micidiale pulque) lo portarono sette volte in carcere; pur avendo avuto scarsa eduzione scolastica da adulto parlava fluentemente inglese, portoghese e francese. Si definiva un romantico e passava dal vizio al misticismo, aveva un’ammirevole forza d’animo e raggiungeva gli obiettivi che si prefiggeva:  voleva diventare torero e ci riuscì dopo essere sfuggito più volte alle pallottole dei caporales, decise di sposare una modella americana e ci riuscì (e da lei ebbe anche una figlia) e anche quando decise abbandonare l'alcool ci riuscì. In effetti per questo ultimo caso raccontò che una notte, mentre era completamente ubriaco, gli apparve Dio sotto le sembianze di una fortissima luce e gli ordinò di smettere di bere ... quattro mesi dopo era completamente disintossicato e tornò a toreare.
Anche per quanto riguarda la sua abilità di torero era assolutamente fuori della norma. Ha avuto una inusuale lunga carriera (37 anni) toreando fino ai 64 anni e sopravvivendo a 20 incornate che lasciarono comunque il segno (“dove finisce una cicatrice ne comincia un'altra”).  L’ultima di queste, inflittagli il 1° maggio 2016 dal toro Pan francés, lo lasciò tetraplegico e dopo 32 giorni morì per complicazioni cardiache. Più volte ha ufficialmente lasciato l’attività, ma poi ha sempre cambiato idea dopo pochi mesi. Famoso è il suo addio nella Plaza Mexico il 7 gennaio 2007, nella quale dedicò pubblicamente il suo ultimo toro 
a todas las daifas, meselinas, meretrices, prostitutas, suripantas, buñis, putas, a todas aquellas que saciaron mi hambre y mitigaron mi sed cuando el Pana no era nadie, que me dieron protección y abrigo en sus pechos y en sus muslos en mis noches de soledades. Que Dios las bendiga por haber amado tanto. Va por ustedes”  (“a tutte le prostitute - gli altri nomi sono più o meno sinonimi - che saziarono la mia fame e mitigarono la mia sete quando el Pana non era nessuno, che mi diedero protezione e riparo fra i loro seni e le loro cosce nelle mie notti di solitudine. Che Dio le benedica per aver amato tanto. E’ per voi”). 
Con questa impudente dedica sollevò l’ennesimo polverone in quanto fu fatta al microfono del cronista televisivo, quindi ascoltata non solo dagli spettatori ma anche da tutti coloro che seguivano la diretta fra i quali si sapeva ci fosse anche il Presidente della Repubblica e consorte.

Non è mai stato apprezzato dai puristi della tauromachia in quanto era oggettivamente poco abile nei passi canonici e fondamentali, ma proprio per non seguire routine e per non essere ortodosso era adorato da buona parte del pubblico perché non si sapeva mai cosa si sarebbe inventato (dentro e fuori dell’arena). Mi è capitato di leggere un articolo di un famoso giornalista taurino spagnolo che, commentando una sua esibizione nella penisola iberica, sottolineò la sua capacità di affascinare il pubblico per come si presentava, come camminava nell’arena, sempre con un puro (grosso sigaro) fra le labbra, distinguendosi dallo stereotipo dei toreri moderni che si presentano in modo ormai standardizzato, non trasmettono alcuna emozione e pensano quasi esclusivamente a immagine e denaro. In quella particolare occasione fu protagonista di una prestazione mai vista in alcuna plaza de toros in Spagna e il pubblico andò letteralmente in delirio. Gli esperti dicono che aveva un repertorio di figure e di passi peculiare, ogni sua faena era unica.
Diceva sempre che sognava di morire nell’arena e fu (quasi) così in quanto il 1° maggio 2016 il toro Pan francés, lo travolse lanciandolo in aria e causandogli la frattura di varie vertebre. Qualcuno scrisse che quel giorno in un momento el Pana morì e Rodolfo Rodríguez rimase tetraplegico. Infatti Rodolfo era solito parlare di El Pana in terza persona, così come da torero parlava in terza persona del Rodolfo contadino e "filosofo". Come anticipato nelle poche righe pubblicate appena dopo aver visto il documentario, il gran merito del regista Lebrija consiste nell'essere riuscito ad entrare in empatia con l'uomo che era l'alter ego del torero e riuscire a mostrare le due (forse più di due) personalità tanto diverse fra loro.
ATTENZIONE! include immagini abbastanza crude.
Da notare che anche in età avanzata, El Pana ha continuato ad esibirsi anche come banderillero, ruolo nel quale si deve vere grande agilità e prontezza di riflessi. Verso la fine del video, notate la sua reazione dopo un (quasi) violin, figura che molti giovani non si arrischiano neanche a tentare.
Non diventò mai ricco sia perché non lo voleva diventare (disprezzava i ricchi) sia perché, a seconda del suo stato d’animo, o spendeva tutto quanto appena guadagnato in alcool e donne nel primo postribolo che trovava o regalava soldi alla madre e ai fratelli. Lui continuava a  vivere modestamente, si occupava della campagna, si intratteneva spesso con gli aficionados mangiando tacos per strada davanti alla Plaza de toros
Nei seguenti due video potete ascoltare dalla viva voce di El Pana, intervistato dal famoso giornalista e conduttore televisivo spagnolo Jesús Quintero, le sue opinioni in merito a religione, alcoolismo, famiglia e prostitute, oltre a parlare ovviamene di tori e toreri.
prima parte
seconda parte

martedì 14 novembre 2017

Alebrijes, creature fantastiche ... e alcuni tamales


Un alebrije è una figura di un essere immaginario, solitamente in buona parte zoomorfo con elementi di un singolo o più animali, realizzato in cartapesta dipinta con colori molto vivaci e brillanti. Sono prodotti artigianali tipicamente messicani, ma non di antica tradizione. Infatti, è assodato che i primi alebrijes furono creati da nel 1936 da Pedro Linares López e la storia della loro origine, così come raccontata dallo stesso autore, è a dir poco abbastanza singolare.
A 30 anni Pedro si ammalò gravemente e a un certo punto cadde in un sonno profondo, quasi un coma, e i familiari non avendo risorse per poter chiamare un medico né per comprare medicine, dopo aver tentato con vari rimedi casalinghi, già disperavano e lo credevano morto quando, fra lo sgomento di chi lo vegliava, si risvegliò completamente ristabilito.
A quel punto cominciò a raccontare di aver fatto un lungo sogno nel quale si trovava nel magico scenario di bosco accogliente, con animali, rocce e piante di ogni tipo fra i cui rami poteva scorgere il cielo azzurro con poche nuvole chiare. Tutto era calmo, non sentiva nessun dolore ed era felice di camminare in questo posto quando  All'improvviso le rocce, le nuvole, le piante e gli animali si convertirono in strane creature che non poteva identificare poiché erano di natura molto strana. Ricordava chiaramente di aver visto, fra gli altri, un gallo con corna di toro, un asino con le ali, un leone con la testa di cane, e tutti gridavano all'unisono: Alebrijes!, e poi continuavano a ripetere sempre più forte Alebrijes! Alebrijes! Alebrijes!
 
 
Pedro continuò il suo cammino in quel posto fantastico e,  mentre percorreva un sentiero selciato, vide un uomo che passeggiava tranquillamente e gli chiese aiuto per uscire da lì. L'uomo, meravigliato, gli rispose che non era quello posto per lui e che proseguendo avrebbe trovato un'uscita. Pedro cominciò a correre e infine trovò una stretta finestra attraverso la quale poteva a malapena passare e in quel momento si svegliò. Immediatamente volle cominciare a descrivere a familiari e amici queste creature fantastiche e così, approfittando della sua abilità nel creare forme di cartapesta, cominciò a riprodurli e colorarli così come li aveva visti in sogno. Infatti Pedro, insieme con suo padre, trattava prodotti cartacei e produceva oggetti in cartapesta nel famoso mercato de La Merced (Ciudad de Mexico), dove le donne della famiglia erano tamaleras, preparavano e vendevano tamales. Questi sono “involtini” di pressoché qualunque alimento, dolce o salato, cotto a vapore avvolto in foglie per lo più di mais ma anche di yucca, banano o qualunque altra abbastanza grande e disponibile localmente. Si trovano imbottititi con qualunque vegetale, pesce o tipo di carne (In Ecuador provai perfino quelli di iguana ...) sono diffusi in tutta l’America Latina, dalle coste alla Ande, dalla Bolivia al Messico, dove si dice che se ne producano 500 tipi differenti.

Nel corso degli anni Pedro Linares mostrò i suoi lavori a molta gente sia in Messico che all'estero e fu invitato a esibire le sue opere negli Stati Uniti e anche in Europa.
​Un gallerista di Cuernavaca scoprì i suoi lavori e li li propose a Diego Rivera y Frida Kahlo,
di quali cominciarono a richederne altri. Rivera diceva che nessuno meglio di Linares poteva realizzare le figure che chiedeva; uno di queste opere si trova nel Museo Diego Rivera Anahuacalli di Ciudad de México.
Sull'onda di questo entusiasmo generale Linares migliorò ulteriormente la tecnica tradizionale insegnatagli dal padre e la perfezionò utilizzando sia cartone che carta più sottile (per lo più di quotidiani), spesso su una struttura di fili e giunchi. Oggi Miguel Linares, Paula García, Blanca e Elsa Linares continuano a produrre alebrijes seguendo gli insegnamenti di Pedro.
Dal 2007 il Museo de Arte Popular di CDMX realizza una sfilata di alebrijes monumentali, conosciuta come Noche de los alebrijes.
   
A onor del vero esiste un’altra versione dell’origine di queste figure, secondo la quale il pittore messicano José Antonio Gómez Rosas, detto El Hotentote, chiese al cartonero di realizzare una nave e un alebrije. L’artigiano gli chiese come fare e lui rispose “prendi un pupazzo e aggiungi una coda e ali di pipistrello”. Nei dipinti di El Hotentote sono frequenti figure zoomorfe e fantastiche nelle quali si combinano parti di rettili, uccelli, anfibi, insetti e mammiferi di qualunque epoca e qualunque luogo.
Comunque siano andate le cose Pedro Linares è il “padre” di tutti gli alebrijes.

venerdì 10 novembre 2017

Qualche utile anticipazione su COCO, il film di Natale della PIXAR

E finalmente ho guardato Coco, il film di Natale 2017 della Pixar-Disney, per ora uscito solo in Messico sia per essere ambientato qui, sia perché è stato lanciato in occasione della settimana di festa relativa al Dia de Muertos, qui più sentita perfino di Natale.
Al contrario di quanti molti possano pensare, Coco non è il nome del protagonista che invece è Miguel, un bambino aspirante cantante nonostante la messa al bando di ogni tipo di musica imposta dalla famiglia da generazioni e sogna di diventare una star come il suo idolo Ernesto de la Cruz.
Nel tentativo di dimostrare la sua bravura e a seguito di una serie di eventi misteriosi Miguel si ritrova nell’incredibile e coloratissimo “mondo dei morti”. Lì incontrerà il simpatico imbroglione Hector che vorrebbe tornare a vedere la propria famiglia e che lo accompagnerà in uno straordinario viaggio fra nel corso del quale troverà i suoi antenati, personaggi famosi, idolo Ernesto de la Cruz, spiriti guida sotto forma di coloratissimi animali (alebrijes), ma non sarà semplice tornare fra i vivi e non tutto è ciò che sembra. Ovviamente non dirò di più, ma mi limiterò a evidenziare alcuni elementi che potrebbero sfuggire a chi sa poco o niente del Messico e della sua cultura.
un paio di esempi di come si presentano nella realtà i cimiteri per Dia de Muertos
Quello messicano è un popolo molto fiero della propria cultura qualunque ne sia l’origine, vale a dire sia le tradizioni indigenas sia quelle di derivazione spagnola come musica, cavalli e corrida per fare qualche esempio. Per questo motivo ci sono dei personaggi “leggendari” a prescindere dalla loro etnia e dalle percentuali di sangue indigena/latina che sono stati idoli di tutti i messicani. Nel film appaiono vari di essi fra i quali Cantinflas, Jorge Negrete e Maria Felix mentre Ernesto de la Cruz sembra la caricatura di un misto di Pedro Infante e Vicente Fernandez. L’unica che tutti riconosceranno, anche perché si dichiara, è Frida Kalho a cui ha dato voce Ofelia Medina che ne interpreto il ruolo in Frida, naturaleza viva (Paul Leduc, 1983). Fra i brevi inserti cantati ci sono poi alcune strofe della Llorona, spirito mitico che dà il titolo alla famosa canzone interpretata anche da Chavela Vargas nell’altro film Frida (Julie Taymor, 2002, 2 Oscar).
Il concetto di “famiglia” è importantissimo in Messico e attorno ad esso gira tutta la storia di Miguel che, come ogni altro messicano, conosce il proprio albero genealogico e spesso i volti dei parenti deceduti e anche antenati scomparsi da molti decenni.
Sarei anche curioso di sapere come saranno tradotti nelle altre lingue (e non solo in italiano) tanti altri termini gastronomici come chicharron e chorizo (che sono anche soprannomi di personaggi del film) ma si menzionano anche i tamales e i calaveras de azucar già citati nel mio precedente post dedicato alle festività del Día de Muertos, scritto proprio per aiutare a comprendere ed apprezzare questo film. E come verrà presentato l'esordio di Miguel alle prese con il grito charro (o mexicano)? link al post
papel picado a tema, alcuni personaggi di COCO
Avevo parlato anche dei fiori bianchi o gialli che servono da segnavia per guidare gli spiriti fino agli “altari” predisposti dai parenti ancora in vita e nel film hanno una parte fondamentale sia per i poteri magici dei petali, sia per costituire lunghi ponti a più arcate che collegano i mondi dei vivi e dei morti.
Vedrete tantissimi festoni colorati e traforati spesso raffiguranti teschi e scheletri, si tratta del papel picado che si utilizza per adornare non solo case e altari ma anche strade e negozi (oggi, a circa una settimana dalla fine della festa ce ne sono ancora un sacco in giro).
Vorrei parlare più approfonditamente degli alebrijes che hanno una interessante storia anche se molto più breve della festa del Dia de Muertos, forse lo farò nei prossimi giorni dopo aver visitato di nuovo il Museo di Arte Popular dove ne sono esposti di meravigliosi. Per ora mi limito a ciò che concerne Coco e quindi all’enorme felino alato che ha un ruolo importante nello sviluppo della storia. Una replica in cartapesta fa bella mostra di sé fra gli edifici della Cineteca Nacional e sono pochi quelli che rinunciano a farsi un selfie o a farsi fotografare da qualcuno al lato del gattone (e non parlo solo di giovincelli).
Dopo quanto detto, pur essendo un sostenitore delle versioni originali dei film, capirete perché di questo ho voluto guardare la versione doppiata soprattutto in quanto il film è un omaggio alla cultura messicana attraverso una storia legata indissolubilmente alla sua più importunante festività (Día de Muertos) e oltretutto molti dei personaggi principali hanno lo stesso doppiatore per entrambe le lingue come per esempio Hector (voce di Gael García Bernal) ma anche mamà, papà Julio e Tio Berto. Per di più, come purtroppo spesso accade, nella versione americana i protagonisti parlano sì inglese, ma con un marcato accento latino ... cosa assolutamente insensata. Quindi mille volte meglio calarsi nell’ambiente con una giusta amabilissima e quasi cantata cadenza messicana.
Penso che abbiate anche capito che il film mi è piaciuto molto, similmente a Moana/Oceania dell’anno scorso non ci sono scene troppo sdolcinate né storiella d’amore, è molto colorato festoso e vivace pur essendo associato ai “morti”, ci sono delle animazioni molto originali con scomposizione e immediata ricomposizione di scheletri e trovate geniali come il "controllo passaporti" al quale si devono sottoporre le anime prima di varcare la frontiera per andare a visitare le proprie famiglie.
Dopo l’anteprima mondiale del 20 ottobre al Festival di Morelia (Messico), il film (serio candidato all'Oscar 2018) è arrivato nelle sale del paese “protagonista” della storia venerdì scorso. 
In Europa arriverà il 22-23 novembre dopo un’uscita limitata a Parigi una settimana prima, ma in Italia si dovrà aspettare fino a Natale!

martedì 7 novembre 2017

L’Uomo Lupo dei boschi ourensani (Galizia)

In un articolo relativo alle conseguenza degli incendi che il mese scorso hanno devastato la Galizia, era inclusa una citazione del storia quasi leggendaria, ma purtroppo reale, di Manuel Blanco y Romasanta ... el hombre lobo (l’uomo lupo).
Su di lui è stato scritto tanto e a distanza di oltre 150 anni della sua condanna e conseguente esecuzione ancora è molta l’attenzione rivolta a questo caso emblematico e senza dubbio singolare. Pochi anni fa è stato addirittura deciso di pubblicare integralmente tutti gli atti del processo che sono presto diventati quasi un bestseller.
Cercherò di riassumere gli eventi ed elencare fatti più salienti.
Romasanta era, a detta di tutti, persona garbata e gentile, di corporatura molto minuta (gli atti dicono 137 cm) e pare quasi assodato che soffrisse di pseudoermafroditismo femminile che portava alla secrezione abnorme di ormoni maschili, virilizzando il suo aspetto e provocando episodi di forte aggressività. (scusate eventuali inesattezze mediche, ma penso che la traduzione dia l’idea della situazione). Ciò spiegherebbe anche la sua attitudine “quasi femminile” e predisposizione a svolgere compiti di solito affidati alle donne come tessere, lavorare a maglia, cardare la lana.

Si sposò ma, ovviamente, non ebbe figli e quando rimase vedovo si diede al commercio ambulante e al contrabbando con fra Spagna e Portogallo e nel corso del processo fu accusato non solo dei 9 omicidi di donne e minori (che confessò pochi giorni dopo essere stato arrestato il 2 luglio 1852) ma anche di essere un sacaúntos (o sacamanteca), loschi personaggi ai quali si attribuiva il commercio del grasso dei corpi umani come unguento miracoloso. Delle varie vittime (che depredava di tutto, anche dei vestiti che poi rivendeva) furono trovate solo poche ossa e nessun altro resto.
Proprio questa l’osare troppo lo fece scoprire in quanto un fratello di una delle donne da lui uccise riconobbe gli abiti della sorella. Di solito circuiva donne non sposate, già un po’ avanti con gli anni e ragazze madri promettendo loro un buon lo presso un parroco di qualche paese abbastanza distante da non poter essere ben conosciuto. Con una serie di false lettere convinceva le donne a vendere tutto e ad intraprendere il viaggio con lui per poi ritornare dopo una decina di giorni con una ennesima falsa lettera della ormai defunta ai parenti.
Lo studio “fisico e filosofico” di Blanco Romasanta fu curato da sei giudici che, non volendo, scrissero un ottimo testo letterario ma dopo vedersi convertita la pena in carcere a vita per indulto della Regina, entrò in scena un certo monsieur Philips, un “esploratore dei labirinti mentali” che praticava l’ipnotismo. Romasanta raccontò della sua prima trasformazione che avvenne nel corso di uno dei suoi viaggi, quando nel bosco si trovò di fronte due lupi minacciosi. Fu a quel punto che si buttò a terra, si rotolò e si contorse fino a tramutarsi egli stesso in lupo e con gli altri due cacciò per una settimana. Al termine di questa esperienza ritornò nelle sue sembianze e scoprì che anche gli altri due erano in effetti uomini, per l’esattezza tali Antonio e don Genaro, entrambi originari di Valencia.
Romasanta morì di cancro allo stomaco il 14 dicembre 1863, nel carcere di Ceuta.
Questo è un ottimo e dettagliato articolo che ho trovato su un sito dedicato agli assassini seriali.
Della storia di Romasanta (limitatamente al periodo degli omicidi) sono stati realizzati due film il più famoso dei quali è “El bosque del lobo” (1970, di Pedro Olea) con una delle prime interpretazioni drammatiche di José Luis López Vázquez (foto al centro), l’altro ha come titolo proprio “Romasanta” (2004, di Paco Plaza)